Orazione della Presidente provinciale Floriana Rizzetto in occasione della cerimonia del 25 Aprile a Padova

Care concittadine, cari concittadini, autorità civili e militari, intervengo per la terza volta negli ultimi nove anni da questa tribuna in occasione della Festa Nazionale che ricorda la Liberazione dalla dittatura fascista, dall’occupazione nazista e la fine della II Guerra Mondiale. Lo faccio con particolare convinzione e piacere per tre ragioni perlomeno: una, perché nel 2018 celebriamo gli ottant’anni della nostra Costituzione, che, al di là di slogan spesso poi traditi sulla Costituzione più bella del mondo, resta un modello di valori di democrazia, libertà, uguaglianza, ma anche esempio che, quando esistono senso civico e amore per il proprio paese, possono trovare un accordo su principi fondamentali anche forze politiche che si richiamano a storie diverse.

La seconda ragione è legata a un fatto molto più recente, cioè all’avvento di una nuova amministrazione della città, che ha inaugurato un modo di rapportarsi con i cittadini più aperto, consapevole dell’importanza del dialogo, della socialità, dell’accoglienza. Padova infatti ha fornito un modello partecipativo che è stato esportato anche in altre città e che speriamo veda dei successi nelle prossime elezioni amministrative. Da poco poi Padova ha adottato, come ormai numerosi Comuni di tutta Italia una modifica al Regolamento comunale di concessione delle sale pubbliche che impegna i soggetti richiedenti al rispetto della XII disposizione transitoria della nostra Costituzione, che vieta in qualsiasi forma la ricostituzione del partito fascista, e, di conseguenza, al rispetto delle leggi Scelba del 1952 e Mancino del 1993, che condannano neofascismo, razzismo, xenofobia e discriminazione.

Qui si collega la terza ragione del mio essere qui, non meno importante, anche se meno, anzi per niente rassicurante, il dilagare cioè, cui assistiamo da tempo, di manifestazioni neofasciste e neonaziste, spesso nell’indifferenza e nella sottovalutazione dei molti. Ci rendiamo perfettamente conto che il nostro paese sta vivendo momenti complessi e difficili. Temi come il lavoro (principio ricordo ribadito proprio all’art. 1 della Costituzione), l’avvenire dei giovani, il debito pubblico, il welfare in generale incidono quotidianamente sulla vita delle famiglie. Non dimentichiamo però che solo garanzie democratiche possono permettere al cittadino di godere dei diritti fondamentali. Perciò ogni presa di posizione per avvallare la presunta bontà di un regime che ha tolto le libertà fondamentali, di pensiero e parola, che ha perseguitato gli oppositori, che si è affermato con la violenza, che ha approvato le leggi razziali e collaborato con i nazisti alla persecuzione e sterminio di ebrei, sinti, rom, omosessuali e, dopo aver lanciato il paese in sciagurate imprese coloniali, lo ha impegnato in una guerra rovinosa, deve vedere la ferma opposizione degli organi di governo e dei cittadini democratici.

Invece assistiamo ogni giorno a insulti a lapidi e monumenti, a parate in divisa e con saluti romani, alla presentazione di liste che recano sul simbolo i fasci littori e che purtroppo vedono anche degli eletti in alcune amministrazioni comunali. Numerosissime sono le pagine web che si ispirano al fascismo, anche se, negli ultimi temi, alcune sono state oscurate, grazie anche alla ricerca che l’ANPI nazionale ha fatto e pubblicato.

Anche la magistratura assume posizioni diverse. Il saluto romano è stato giudicato reato alla luce delle già citate XII Disposizione transitoria della Costituzione e leggi Scelba e Mancino da alcuni tribunali, mentre altri lo hanno giudicato libera espressione di opinione. Anche la parata in camicia nera al campo 10 del Cimitero Monumentale di Milano, dove sono sepolti i militi della RSI, o le esternazioni del gestore del campeggio di Punta Canna a Chioggia sono stati derubricati da una richiesta di non luogo a procedere del GIP. Sicuramente intervengono in questo senso le difficoltà di interpretazione delle due leggi appena citate, ma la circostanza resta inquietante.

Questo deve essere monito e fonte di riflessione per tutte le forze democratiche, che devono rendersi conto dei problemi del paese, stare a contatto con la gente, capire che chi vive in difficoltà ora si sente più protetto da quei partiti e movimenti che spesso definiamo, in modo forse pressapochistico, populisti, perché cercano un facile consenso attraverso lo sfruttamento della famosa “pancia” della gente o sovranisti, perché affermano la sovranità del popolo inteso in senso esclusivamente nazionalistico in contrasto cioè con i trattati internazionali e le politiche di solidarietà e accoglienza che invece vengono ribadite dall’art. 10 della nostra Costituzione.

E’ vero che si tratta di fenomeni a larga diffusione, cui assistiamo anche in altri paesi europei, ma ciò non deve spingerci a non vederne la pericolosità. Non lasciamoci trascinare da false notizie, così frequenti grazie anche alla diffusione dei social, andiamo al di là della percezione, che spesso non ha riscontri con dati di fatto. Mi riferisco ovviamente ai dati dell’immigrazione, che certo è stata mal governata, ma che è vissuta da molti come una volontà di “sostituzione etnica”, o alla percezione di insicurezza alimentata proprio da quel sistema di diffusione di messaggi che porta, per esempio, anche al fenomeno del cyberbullismo, così diffuso tra i giovani. Cerchiamo perciò di vivere consapevolmente, di informarci correttamente. La vita di cittadini di un paese democratico comporta infatti anche doveri, non solo diritti, e questo viene spesso dimenticato.

E’ triste assistere alla crisi della democrazia rappresentativa in molti paesi; c’è chi parla addirittura di democrazia illiberale, come Orban in Ungheria, violando evidentemente il principio di non contraddizione. Se è democrazia, non può che essere liberale.

Ricordiamo allora, in quella che, assieme al 2 giugno, che celebra la nascita dell’Italia repubblicana e democratica, è la vera Festa nazionale del nostro paese, quanti hanno lottato per sconfiggere la dittatura.

Prima soldati e ufficiali che si sono rifiutati di arruolarsi nell’esercito della Repubblica sociale e che, in gran parte, hanno affrontato la deportazione (ricordo la recente mostra organizzata dall’Associazione delle Famiglie dei caduti della Divisione Acqui a Cefalonia, mostra che ora si trova nel Museo dell’Internamento a Terranegra e la mostra inaugurata il 18 u.s. al Museo della Terza Armata in via Altinate), poi tutti quelli, militari e civili, che hanno scelto la lotta armata in condizioni difficili e rischiose, pagando spesso con la vita la loro scelta. Ma non dimentichiamo quella che è conosciuta come Resistenza senz’armi, quella cioè che, più oscura, ma importantissima, soprattutto in zone di pianura come quelle della nostra provincia, ha visto protagoniste persone che accoglievano, correndo terribili rischi, i partigiani, fornendo alloggio, cibo, vestiti. E non dimentichiamo le donne, senza il cui apporto non si sarebbero potuti assicurare comunicazioni, rifornimenti di armi, scambi di messaggi. Accanto alle staffette poi i Gruppi di difesa della donna, particolarmente attivi in alcune regioni, come Piemonte, Lombardia ed Emilia e Romagna. I “Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà” (GDD) nascono a Milano e Torino nel novembre 1943 su iniziativa del Partito Comunista, sulla scorta delle sue “Direttive per il lavoro tra le masse femminili”: i GDD devono promuovere la Resistenza, aiutare le famiglie «dei partigiani, dei fucilati, dei carcerati, degli internati in Germania». Devono, inoltre, combattere espressamente per le donne, chiedendo la «proibizione delle forme più pesanti di sfruttamento, l’uguaglianza di retribuzione», e pensare al domani, cioè all’«accesso alle donne a qualsiasi impiego, […] a qualsiasi organizzazione politica e sindacale in condizioni di parità.

Perché queste persone hanno fatto questa scelta? Come ha detto qualcuno di loro, perché non ci si poteva che comportare così. Anche chi, cresciuto nell’indottrinamento tipico di tutti i regimi dittatoriali, nessuno escluso, si badi bene, era stato anche convintamente fascista, spesso, soprattutto negli anni di guerra, ha maturato la coscienza di quanto importante fosse la conquista di libertà, democrazia, uguaglianza. Questa era la causa giusta e rivisitazioni e revisionismi che speculano su singoli episodi, discutibili o decisamente condannabili, ma episodi appunto, come sempre succede nelle umane vicende, soprattutto nei momenti critici della storia, non possono infirmare la validità della scelta. Se ora, pur con tutti i problemi e le difficoltà del vivere, che certo non si possono negare, in cui sembra pure che alcune aspettative e speranze siano state tradite (ricordiamo il titolo di un libro del presidente Ciampi, che fu partigiano azionista “non è il paese che sognavo”), viviamo in un paese in cui sono garantite le fondamentali libertà, è grazie alla sconfitta del fascismo e del nazismo, frutto certo delle vittorie alleate, ma anche grazie all’apporto della Resistenza italiana.

Non dimentichiamo che viviamo in una città che, già protagonista durante il Risorgimento, la I guerra Mondiale, soprattutto dopo la sconfitta di Caporetto, fu sede del CLN veneto, con la presenza di grandi personaggi come Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti, Ezio Franceschini, Silvio Trentin, Lanfranco Zancan. Non dimentichiamo la medaglia d’oro al valor militare assegnata, unica università italiana e tra le pochissime europee all’Ateneo patavino, che già storicamente si fregiava del motto “Universa universis Patavina libertas”, assicurando ospitalità a studiosi e studenti che nei loro paesi d’origine avrebbero avuto limitazioni e problemi, come accadde a Galileo. Ma anche il liceo Tito Livio fu insignito di medaglia d’argento al valor civile per la partecipazione di docenti e studenti alla Resistenza. La nostra città è piena di ricordi di chi ha combattuto e talora sacrificato la vita per la libertà, lapidi, cippi, monumenti. Poco distante da qui c’è Palazzo Giusti del Giardino dove per parecchi mesi operò la famigerata Banda presieduta dal maggiore Carità e dove furono rinchiusi e torturati molti oppositori del regime. Non dimentichiamo neppure i cittadini di religione ebraica che, in seguito alle leggi razziali di cui ricorre quest’anno l’ottantesimo anniversario della promulgazione, furono privati dei diritti dei cittadini italiani; non solo, ad esempio,  furono espulsi dalle scuole numerosi alunni di religione ebraica, ma anche nella nostra già citata prestigiosa Università furono esclusi dalla cattedra per ordine superiore numerosi insegnanti. Il paese così si privò per assurdo di cervelli insigni come quel Tullio Levi Civita, di cui oggi è giustamente ricordato la inoppugnabile profonda correzione alla prima versione della Relatività generale di Einstein. Pochi giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, e del conseguente forzato troncamento della corrispondenza tra Padova e Berlino, Einstein accettò infatti la folgorante bontà delle osservazioni di Levi-Civita, episodio che il premio Nobel sempre ammise con grande riconoscenza.

Riflettiamo su tutto ciò, insegniamolo ai giovani delle nostre scuole, ma insegniamolo anche  a chi è un po’ meno giovane, ma spesso ignaro di quanto è successo. Insegnare vuol dire sempre stabilire un rapporto, di attenzione e di rispetto: come vedete, sta diventando anche difficile e talvolta rischioso, ma noi insistiamo, perché alla fermezza severa si associ sempre lo stimolo a conoscere, a interrogarsi, a criticare.

 Settant’anni sono nulla nella storia del mondo e dell’umanità, ma molti per la memoria di una o due generazioni. E in Italia si legge poco e spesso si crede al sentito dire. Lavoriamo perciò, è un impegno per tutti noi che crediamo nella superiorità della democrazia tra tutti i tipi di struttura statuale, perché non si perda quanto si è conquistato, perché il sacrificio di chi ha lottato per un paese libero e una Costituzione frutto di sapiente lavoro di cesello non sia vanificato da eredi che, come spesso avviene nei passaggi generazionali da padre a figlio nelle industrie e nelle fabbriche, disperdano il patrimonio loro consegnato. Non lo meritano loro, ma non lo merita il nostro paese, che è veramente se non il più bello, uno dei più belli del mondo. Viva l’Italia, viva la Resistenza!

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