Discorso di Irene Barichello per commemorare l’assassinio di Attilio Galvani

Commemorazione Attilio Galvani, Riviera Mugnai, Padova
Buona sera e grazie a tutti di essere qui, per ricordare la figura di Attilio Galvani, barbiere antifascista, assassinato qui, lo stesso 10 agosto di 74 anni fa, grazie in particolare ai nipoti di Galvani, e all’assessore Cristina Piva: di questi tempi non è scontato avere l’appoggio e la partecipazione delle istituzioni.

Vi devo confessare che non mi era mai capitato, come invece accade da un paio d’anni a questa parte, di avvicinarmi a una ricorrenza, di dover preparare due parole per rievocarla con l’animo tanto sconfortato.
Non che in questo paese sia mai stato facile poter contare su un diffuso senso civico, su un pieno e consapevole possesso dei principi che hanno innescato la Resistenza e ispirato la nostra Costituzione, ma se – per esempio – qualche anno fa (era il 2009, governo Berlusconi) ci si opponeva al grottesco tentativo di equiparare, nell’ordine del Tricolore, repubblichini e partigiani, almeno si avvertiva di fare quella battaglia con l’appoggio “popolare” – per così dire – o con il consenso, anche se silenzioso, di una buona parte degli italiani.
Oggi a me pare che non sia più così, mi sbaglio? Mi pare che le denunce contro certo linguaggio mascelluto usato dai ministri della Repubblica o contro il riaffacciarsi svergognato dei movimenti di ultra destra non siano sostenute né condivise dalla maggior parte dei nostri connazionali.
Avverto anzi una certa ostilità, quando mi capita di parlare – anche in situazioni informali – di antifascismo, voi no?
Cos’è successo in questi ultimi 10 anni? Quali semenze hanno attecchito e germinato nel frattempo, quali parole d’ordine e quali messaggi ci sono stati ripetuti all’infinito fino a farci diventare una società impaurita e paurosa, sospettosa e quindi sempre più chiusa e rabbiosa?
Quando avremmo dovuto – senza poi riuscirci – intervenire per evitare l’oscena deriva razzista e antidemocratica cui assistiamo, sia fra i nostri rappresentanti politici che nelle nostre città, nelle scuole, nelle nostre stesse case? Sono solo episodi, qualcuno mi dirà, la democrazia fortunatamente è robusta e sa tutelarsi, la situazione non è grave come fin qui l’ho dipinta. È vero, certo, ma far sì che le condizioni non peggiorino e possibilmente presto possano migliorare non dipende dalla fatalità, dipende dalle persone, ossia da noi, dai nostri pensieri, dalle nostre parole e dalle nostre azioni. Nessuno di noi si senta escluso dal dovere di preservare quanto l’antifascismo e la Resistenza ci hanno consegnato: non fare nulla, assistere silenziosi equivarrà ad essere responsabili.
E così, dopo lo sconforto, un po’ di sana vergogna mi fa capire che occorre reagire e il potenziale degli strumenti di cui godiamo è immediatamente apprezzabile se messo a confronto con quello – limitatissimo – di cui potevano disporre gli antifascisti durante il regime.
Se ce l’hanno fatta loro, proprio perché in quelle condizioni (senza libertà di parola, di associazione, di stampa, senza diritti né tutele, senza istituzioni democratiche) ce l’hanno fatta loro, dobbiamo – DOBBIAMO e DOBBIAMO VOLERE – farcela anche noi che disponiamo – grazie a loro – di tutte queste armi.
Usiamole. Parlare di antifascismo oggi mette a disagio? Ebbene, significa che occorre parlarne il doppio. Parlare dei principi fondamentali della Costituzione suscita il fastidio di qualcuno? Significa che è il momento di riaffermarne la validità.
Sono tempi in cui tutto – anche i risultati e i metodi della scienza – vengono messi in discussione, figuratevi cosa può accadere con la storia, ora che sempre più i testimoni di allora vanno scomparendo. È per questo che abbiamo il dovere (ricordiamoci che non esistono diritti se non si adempie ai doveri) di essere pronti e preparati, dobbiamo sapere queste storie (indica la lapide) a menadito, nomi e date e fatti.
Ci sono fior di libri cui attingere, ultimo l’importante lavoro – uscito postumo – di Feltrin, La lotta partigiana a Padova e nel suo territorio: cercatelo nelle biblioteche, andate a consultarlo all’ANPI in via Stratico. Ci troverete anche la storia di Attilio Galvani, barbiere con bottega in via Verdi vicino piazza Insurrezione, e fondatore con altri 22 compagni del P.C.I a Padova. Bastonato nel ’23, arrestato nel ’36, inseguito da un camioncino di brigatisti comandati dal vecchio squadrista Antonio Guiotto e poi freddato da una raffica di mitra mentre tentava la fuga prendendo per Riviera Mugnai, qui. L’assassino per la precisione fu Carlo Lunardi, uno dei terribili della Muti; Lunardi fu processato e condannato a morte, la sentenza mai eseguita; l’amnistia Togliatti prima e altri condoni e amnistie poi lo rimisero in circolazione dopo pochi anni.
Questa è la storia precisa, che abbiamo tutti i dovere di studiare, imparare e raccontare a chi non la sa.
C’è poi un’altra cosa da mettere accanto allo studio (che è, a suo modo, una forma di devozione e rispetto per questi morti), c’è da volergli bene, da sentire d’istinto che dalla loro stavano la ragione e la giustizia.
È questo un moto viscerale automatico, non ve lo so spiegare altrimenti, Calvino – che di parole e umanità se ne intendeva – scrisse “dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c’ erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l’ Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c’era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, chè di queste non ce ne sono”. Non esistettero fascisti meno cattivi, o buoni o presentabili. Non lo fu il fascista della prima ora Calocci che si lamentò del “vile assassinio” di Galvani e dei “nostri delinquenti in camicia nera” con Menna, il capo fascista della provincia che – pensate la beffa – 7 giorni esatti dopo l’omicidio di Galvani avrebbe ordinato l’eccidio di via Santa Lucia (3 impiccati) e della caserma Pierobon (10 fucilati).
No, non è esistito e non può esistere un fascismo meno che ripugnante ed esecrabile: guai a credere a queste balle, alla barzelletta che “il fascismo ha fatto anche cose buone”, a credere che la Legge Mancino e la Legge Scelba possano essere abrogate. La legge Mancino e la Scelba vanno applicate, altro che abrogate, e dovrebbero ricordarselo non solo certi politici, ma anche alcuni magistrati!
Dobbiamo reagire e rispondere a queste becere, lugubri e insopportabili provocazioni e dobbiamo farlo in modo responsabile e uniti, una buona volta! Responsabili e uniti!
Dobbiamo esserlo soprattutto pensando a chi viene dopo di noi: vi chiedo di pensare se è questa l’aria in cui vogliamo far crescere i nostri figli, i nostri nipoti. In tutta sincerità davvero abbiamo il coraggio di dire e accettare che sia la violenza, verbale e fisica, lo strumento con cui si confronteranno con gli altri? Vorrei che mio figlio non fosse discriminato, così gli insegno la tolleranza; che non fosse offeso, così gli insegno la gentilezza; che non fosse picchiato, così gli insegno a usare le parole e non le mani; che non fosse plagiato, così gli insegno a ragionare. Voi no?
Se possiamo insegnare queste cose ai nostri figli, se possiamo sperarle per loro è perché fascismo e nazismo sono stati sconfitti e ora viviamo nella società per cui chi ha resistito ha combattuto.
Che cosa avrà mai voluto Attilio Galvani per sé e per i giovani dopo di lui? Tentando la fuga giù per questa strada col suo compagno, che cosa avrà desiderato, fino all’attimo prima di essere ucciso, più che vivere vivere e ancora vivere? La lapide dietro di noi dice che è morto per la libertà, non per la vita. Ma non c’è contraddizione, credetemi, una vita che non sia libera e giusta, forse non può chiamarsi tale. Lo diceva anche Monteiro Rossi, uno dei protagonisti del romanzo Sostiene Pereira di Tabucchi: “Ma lei, dottor Pereira, lo sa cosa gridano i nazionalisti-fascisti spagnoli? gridano viva la muerte, e io di morte non so scrivere, a me piace la vita, dottor Pereira”.

Evviva la vita, dunque, la vita della democrazia, la vita rinata dalla Resistenza e scritta nella nostra Costituzione.

Irene Barichello

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