Discorso commemorativo in memoria di Attilio Galvani (10/08/2019)

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È il pomeriggio del 10 agosto 1944 quando una pattuglia della Brigata Nera s’imbatte all’altezza di via Dante nei due noti attivisti del Partito Comunista Attilio Galvani e Gino Scarabottolo. L’ordine di fermarsi getta i due antifascisti nel panico, spingendoli ad una fuga disperata dapprima verso Ponte Molino, e successivamente verso Riviera Mugnai. I fascisti, in cima ad un camioncino, li raggiungono facilmente. Gino Scarabottolo viene tratto in arresto. Attilio Galvani ha la peggio: una raffica di mitra sparata dal ventiduenne Carlo Lunardi lo uccide sul colpo, esattamente nel luogo dove oggi sorge la lapide in sua memoria.

Il barbiere Attilio Galvani (che svolgeva la sua professione in un negozio situato in via Verdi, nei paraggi di piazza Insurrezione) è elemento di spicco all’interno del movimento comunista padovano: tra i ventitré fondatori del partito nel capoluogo euganeo, nei primi mesi del regime vedrà la sua casa devastata da una squadra fascista (lui stesso verrà selvaggiamente pestato) prima che nell’agosto del 1936 le autorità decidano di ammonirlo. Sono i giorni della guerra civile spagnola, e il timore che i comunisti possano condurre azioni di propaganda in favore della repubblica spinge le autorità del regime a decapitare completamente qualsiasi barlume di opposizione, soprattutto se di matrice progressista. Nella retata finiscono coinvolti tutti i massimi dirigenti del partito: 14 persone, tra cui non solo Galvani, ma anche Giuseppe Schiavon, Pietro Marcato, Gildo Valisari e Anselmo Benetti (questi ultimi condannati a cinque anni di confino). L’assenza di condanne al confino per Galvani spingerà Schiavon a muovere accuse sanguinose nei confronti del compagno di partito, arrivando persino a metterne in dubbio la fede antifascista. Accuse che appaiono ingenerose, se si considera l’importanza che Attilio Galvani assume anche nei giorni della Resistenza: il 10 settembre 1943, ad esempio, il comitato federale del Partito Comunista decide di far allontanare dalla città tutti i militanti che durante il governo Badoglio si sono eccessivamente esposti al rischio di arresti. Per questa ragione, anche Attilio Galvani decide di lasciare Padova. Non solo: Attilio Galvani figura nell’elenco dei partigiani caduti nella Brigata Garibaldi “Francesco Sabatucci”, il suo nome è stato inciso nella lapide del municipio che ricorda i caduti per la libertà e già nel dopoguerra la sezione “Centro” del Partito Comunista Italiano prenderà il suo nome. Anche il mondo fascista dimostra di conoscerlo: i giornali comunicano la sua morte descrivendolo come “ricercato perché sovversivo e sabotatore”; in quegli stessi giorni, nella lettera indirizzata al Capo della Provincia in cui Giuseppe Calocci definisce “vile assassinio” il luttuoso evento, afferma: “Conosco i precedenti politici del parrucchiere Attilio Galvani”.

Tuttavia, la testimonianza più eloquente dell’importanza che Attilio Galvani assume per il movimento antifascista padovano risiede nella vendetta che i partigiani riservano nel giro di undici giorni al comandante della pattuglia responsabile del suo omicidio: l’ex-squadrista Antonio Guiotto, maresciallo di Marina, il 21 agosto viene colpito a morte mentre transita in bicicletta nella Strada Bassa tra Sant’Andrea di Campodarsego e Fiumicello da una pattuglia dei Gruppi di Azione Patriottica direttamente collegata al VI Battaglione della Brigata Garibaldi. Sorte ben diversa rispetto all’esecutore materiale dell’assassinio, vale a dire il fanatico sgherro della “Muti” Carlo Lunardi (la cui efferatezza era già nota per un rastrellamento condotto ad Albettone dove erano rimasti uccisi due partigiani) il quale, condannato a morte immediatamente dopo la guerra dalla Corte d’Assise Straordinaria di Padova, ritornerà nel giro di pochi anni completamente a piede libero a causa dell’amnistia Togliatti del 1946 e di altri successivi provvedimenti di clemenza. Vicenda emblematica della gravissima scelta – gravida di pericolose conseguenze – di evitare qualsiasi riflessione pubblica sulle responsabilità e sullo snodarsi del trascorso autoritario.

In una stagione in cui la partecipazione politica viene additata come incubatrice di scandali e corruzioni, lo studio della Resistenza appare come un formidabile antidoto, laddove traspare che la mobilitazione per il progresso collettivo sia sempre foriera di benessere e felicità: nella sua autobiografia, per esempio, Roberto Battaglia descriverà come “gioia sfrenata” la sensazione provata durante l’ingresso nella formazione partigiana, esperienza successivamente descritta come “giorni beati, nuova infanzia di noi stessi e della nostra guerriglia”. Non sorprenda se Italo Calvino commenta il diario di Ada Gobetti con le seguenti parole: “Dio mio, quanto vi siete divertiti!”. Non potrebbe essere diversamente, dato che in quello scritto appaiono espressioni del tipo: “Come se si andasse in vacanza”, “zampillo di gioia improvviso”, “attimi di serenità più perfetta – appagamento, completezza, armonia”. Il partigiano toscano De Gaudio, ancora a caldo, discetta apertamente di “momenti felici – e furono i più belli della mia vita” mentre un altro garibaldino di quella regione, vale a dire il commissario politico della Divisione Garibaldi Potente, confesserà nella relazione finale: “Molte volte, nei momenti di solitudine malinconica, sento la nostalgia di quei momenti quasi spensierati”.

Si noti l’abissale differenza tra questo toccante afflato rivolto al benessere della persona (“il pieno sviluppo della persona umana”, per usare il magistrale lessico della nostra Costituzione) e il lugubre culto della morte che anima la barbarie nazifascista. Significativo, in tal senso, lo slogan che i militi nazionalisti rivolgono al generale falangista Astray all’Università di Salamanca il 12 ottobre 1936: “Viva la muerte!”.

La differenza tra i due approcci è evidente, lasciando emergere un’inconciliabilità che appare ancor più nitida nell’Italia dei giorni odierni, dove le pulsioni belluine di plumbeo disprezzo per la dignità umana sembrano aver egemonizzato il dibattito pubblico e dove molti si chiedono insistentemente se sia utile spendersi per promuovere il modello democratico forgiato nella lotta antifascista.

La risposta a quest’ultimo dilemma è chiaramente visibile: solo in presenza di una vera centralità degli organismi strutturati della rappresentanza è stato possibile per il nostro Paese assistere a degli effettivi avanzamenti dal punto di vista dell’arricchimento della persona (si pensi solo allo Statuto dei Lavoratori, al Servizio Sanitario Nazionale, al presalario universitario, alla scuola media unica). Il mortifero accanimento contro qualsiasi pluralismo – accanimento tipico di qualsiasi istanza populista – conosce come unico risultato il pericoloso accumularsi di viscerali volontà di sopraffazione, la cui irrazionalità appare evidente se si pensa (un esempio fra molti) alla bramosia della regionalizzazione, particolarmente sentita nel nostro territorio da vasti strati di cittadini e da larga parte del quadro politico. Tale proposito affonda le radici sul principio secondo cui non sarebbe tollerabile che una parte delle entrate fiscali proveniente da alcune regioni venga destinata ai territori più vulnerabili. Principio pericoloso da assecondare, dal momento che potrebbe comodamente applicarsi in svariati contesti di differenza territoriale; si tratti di Comuni differenti (il Comune di Padova potrebbe rivendicare il residuo fiscale ingiustamente destinato al Comune di Pozzonovo), di quartieri differenti (la Guizza potrebbe lamentarsi di pagare le tasse per mantenere l’Arcella), di condomini differenti o – perché no? – di pianerottoli differenti.

Il proliferare dell’odio sortisce solo fratture difficili da rimarginare. Ricordiamolo con insistenza, prima che la disumanità diventi elemento fondante della convivenza civile.

 

Socrates Negretto

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