Discorso commemorativo per i fucilati della caserma “Pierobon” (20/08/2019)

Il diciassette agosto 1944 è un giorno tragico nella storia della guerra e della Resistenza Padovana. La città conosce la prima grande esecuzione organizzata; tre impiccagioni nella centralissima via Santa Lucia, Clemente Lampioni, Flavio Busonera, Ettore Calderoni. Impiccagioni volutamente pubbliche, organizzate per “dare un esempio” a cui vengono tenuti ad assistere, in servizio, decine di impiegati degli uffici pubblici. Sette fucilazioni alla schiena, eseguite in questo cortile della Caserma, a carico di Luigi Pierobon (decorato di Medaglia d’Oro, cui la caserma viene dedicata subito dopo la guerra), Saturno Bandini, Primo Barbiero, Cataldo Presicci, Antonio Franzolin, Pasquale Muollo, Ferruccio Spigolon.

Come ben sapete l’eccidio del 17 Agosto venne presentato dai fascisti e dai nazisti come rappresaglia per l’uccisione del Tenente Colonnello dell’esercito fascista repubblichino Bartolomeo Fronteddu, che era stato abbattuto da un commando proprio fra via Santa Lucia e via Marsilio da Padova, attorno al mezzogiorno del 16 Agosto. Rappresaglia eseguita con estrema rapidità e, soprattutto per le esecuzioni mediante impiccagione, in modo particolarmente crudele.

La ricerca storica, in particolare la monumentale e fondamentale opera di Francesco Feltrin “La lotta partigiana a Padova e nel suo territorio”, ha evidenziato come ci siano molti elementi che rafforzano l’ipotesi che nemmeno di rappresaglia antipartigiana si trattò ma di una voluta e criminale lezione alla Resistenza, che attribuiva alla stessa una responsabilità – l’uccisione di Fronteddu – molto probabilmente alla Resistenza estranea.

Ho riletto in questi mesi gli atti del processo al Prefetto Repubblichino di Padova, Federigo Menna, celebratosi davanti alla Corte di Assiste Straordinaria di Padova nell’ottobre 1946 con Menna latitante, irreperibile e contumace, atti conservati all’Archvio di Stato di Padova: processo in cui Menna era imputato oltre che di collaborazionismo con il tedesco invasore, di avere deciso e organizzato rastrellamenti, spesso conclusi con omicidi a carico di partigiani e renitenti, sia in provincia di Rovigo, come prefetto di quella provincia, sia, a partire dai primi di Agosto 1944, in provincia di Padova, alla cui Prefettura era stato promosso. Ebbene il collaborazionismo di Menna, principale autorità del Governo fascista a Padova e insieme strettamente legato e subordinato all’occupatore tedesco, fu dimostrato senza difficoltà alcuna. Ma quanto alle esecuzioni del 17 Agosto ricostruite in sede istruttoria e processuale, dal processo emerse che esse neppure potevano essere qualificate come rappresaglia alla attività partigiana, ma come crudele azione dimostrativa di terrorismo. Le dichiarazioni prestate sotto giuramento da agenti della Prefettura in servizio come telefonisti nell’agosto 1944 parlarono chiaramente di dialoghi, da loro intercettati, fra il Prefetto Menna e il tenente Calafati, un italiano arruolatosi con le SS, in cui Calafati stesso, nei giorni frenetici fra il pomeriggio del 16 e quello del 17 Agosto, avvisava Menna che l’uccisione di Fronteddu era un omicidio comune eseguito su commissione; lo stesso Calafati depose confermando la natura non politica dell’uccisione di Fronteddu e ricordando che perfino lui, ufficiale nazista, aveva cercato, invano, di convincere Menna che, mandando a morte i dieci che oggi ricordiamo, si colpivano degli innocenti; l’avvocato Paolo Toffanin, che era intervenuto presso le autorità fasciste e naziste per cercare di salvare Flavio Busonera, confermò sotto giuramento che “dopo la rappresaglia diventò notorio che l’uccisione di Fronteddu era dovuta a ragioni di gelosia”. La sentenza della Corte di Assise Straordinaria contiene, nelle sue motivazioni, un richiamo molto forte alla natura non politica di questo eccidio e accentua, quindi, l’abiezione aggiuntiva del comportamento di Menna.

La lettura degli atti processuali mi ha messo direttamente a contatto con la vicenda meno conosciuta di un altro fra i martiri qui fucilati il 17 agosto, un ufficiale di carriera dell’Esercito, il maggiore di origine pugliese Cataldo Presicci. Egli era in servizio come maggiore del Commissariato a Dolo, era in contatto con i partigiani, quasi sicuramente fornì loro informazioni e supporto per un assalto compiuto nottetempo dai patrioti cattolici della Guido Negri in collaborazione con i garibaldini del Battaglione Sparviero a caserme dell’Esercito e della GNR, conosciuto come la beffa di Dolo, che si svolse con successo, senza spargimento di sangue, alla fine di maggio del 1944 con notevole bottino di armi e materiale di casermaggio. Presicci però venne arrestato e si trovava in carcere a Padova, quando venne “prescelto” per l’esecuzione. Di lui si rinviene in quelle carte un ricordo dolente e dignitoso nonché una altrettanto dolente richiesta di giustizia stese dalla vedova, signora Concetta Pavone vedova Presicci, come allora ci si firmava.

Sempre negli atti processuali si trova la dichiarazione di un’altra vedova, la signora Milena Cracco di Valdagno. Era la moglie e sarà la vedova del partigiano Saturno Bandini, anche lui fra i martiri, qui fucilati, del 17 Agosto. Bandini era nella stessa brigata garibaldina, la Stella, di cui era comandante la medaglia d’Oro Luigi Pierobon: la Stella, nata dal gruppo di Malga Campetto, sopra Recoaro, era andata grandemente ingrossandosi a partire dal febbraio 1944 e agiva nella Valle dell’Agno. Il 22enne tenente di complemento Luigi Pierobon, l’intellettuale cittadellese cattolico, divenuto il partigiano garibaldino Dante, fu della Stella il comandante audace, giusto, amatissimo dai suoi uomini; partecipò ad azioni importanti, come l’assalto al Ministero fascista della Marina della RSI, allora trasferito a Montecchio Maggiore; morì qui, dopo aver inviato una lettera struggente e dignitosa ai suoi cari. Saturno Bandini, romagnolo di origine, maturo e quasi anziano, commerciante, che gestiva una mensa ad Arzignano, svolgeva nel movimento partigiano prevalentemente funzioni di collegamento e di intendenza: la vedova ricorda, anche qui con dolore ma chiedendo giustizia, che il marito era stato avvicinato al lavoro con una scusa da un gruppo di persone (erano dei fascisti della GNR) e da questi portato via di forza a bordo di una Fiat Millecento: era l’11 agosto 1944. Dopo di che la Cracco non aveva saputo più nulla del marito, un vero desaparecido dell’epoca. Bandini venne portato dai fascisti a Padova e qui incarcerato. Solo verso la fine di Agosto 1944 era salito a Valdagno da Padova un sacerdote, un certo Pietro Mason, che aveva narrato alla signora di aver assistito Saturno Bandini, il 17 agosto, prima della fucilazione: di Saturno le consegnava un rosario insanguinato e una somma in denaro che in parte il marito destinava alla celebrazione di messe in suo suffragio a Monte Berico.

Racconto queste storie meno conosciute perchè i nomi dei nostri martiri non siano solo nomi su lapidi, ma persone, delle quali per quanto possibile vogliamo ricostruire l’umanità, e, se volete, la normalità. Racconto queste storie e vi propongo una analisi del vissuto e del compiuto da queste persone, intellettuali come il medico socialista e comunista Flavio Busonera e il giovane letterato cattolico Luigi Pierobon, operai e contadini come Barbiero, Muollo e il giovane renitente Spigolon, commercianti comunisti come l’anziano Bandini, persone sicuramente vissute per anni nell’illegalità come Clemente Lampioni, che del comandante Dante e della Brigata Stella fu il commissario, e che con la lotta partigiana e una morte coraggiosa riscattò con gli interessi, con dignità ed eroismo, una vita difficile e piena di gravi errori; militari di carriera che aiutavano, a rischio della vita, la Resistenza come Cataldo Presicci. Diversissimi per età, per condizione sociale, per convinzioni politiche: ma tutti, con responsabilità e ruoli molto diversi, dentro a un movimento, la Resistenza, che fu la grande e gloriosa parentesi di un popolo che aveva aperto, con ritardo, gli occhi sulle menzogne e sulle rovine della dittatura fascista. Di questo risvegliarsi, di questo riprendere coscienza, di questo esigere di voltare radicalmente pagina i nostri dieci martiri sono stati – etimologicamente – testimoni e interpreti.

Senza rancore e livore va detto che, se è normale che a 75 anni da quegli eventi, il ricordo di queste persone si stinga, ed è nostro dovere supplire con le “armi” della ricostruzione storica e della memoria pubblica per rallentare un processo inevitabile, non è però normale e accettabile che quelle persone e i loro familiari, le vedove, gli orfani, ma decine di migliaia di caduti, partigiani, renitenti, civili non abbiano avuto giustizia. Richiamo ancora la lettura delle carte processuali: nel processo di Ottobre 1946 Federigo Menna fu condannato a morte mediante fucilazione come collaborazionista e come omicida. Il suo legale presentò un ricorso in Cassazione, che venne deciso nel gennaio 1950; un ricorso, fra l’altro tutto fondato su un ritratto di Menna, che era stato capo della provincia di Padova , come strumento fragile e debole, quindi poco responsabile, nelle mani dei perfidi tedeschi, la negazione dell’onore e della fedeltà ai camerati tedeschi di cui i repubblichini si fregiavano e di cui i loro nostalgici ancora follemente si fregiano; ricorso respinto dalla Corte Suprema, pena confermata ma commutata nell’ergastolo perchè l’Italia Repubblicana aveva giustamente abolito la pena di morte. Federigo Menna, come sapete, non ha fatto un giorno di carcere; si rese irreperibile nei giorni della Liberazione, già negli anni Cinquanta era in Argentina, dirigente di una Associazione degli Italiani all’Estero: non mi risulta che nessun governo italiano, per rispetto ai morti del 17 Agosto, gli abbia mai richiesto di espiare alcunchè.

Coimputato con Menna per colaborazionismo era un colonnello dei regi carabinieri, un certo Caroelli, uno dei non molti carabinieri che avevano aderito alla RSI, che erano entrati con convinzione, almeno stando alle sue dichiarazioni e ai suoi comportamenti ufficiali, nella GNR e che della GNR era diventato il comandante provinciale di Padova. Ebbene Caroelli venne assolto, nell’Ottobre 1956, dall’accusa di collaborazionismo perchè gli si riconobbe di avere agito in stato di necessità, di aver obbedito, cioè, ad ordini superiori. Senza livore e senza rancore ricordo che, superando per senso del dovere e per fedeltà al giuramento prestato lo stato di necessità, migliaia di carabinieri, dagli ufficiali superiori agli appuntati a tanti carabinieri semplici non aderirono alla repubblica fascista ma andarono internati in Germania, e centinaia si dettero alla macchia in Italia combattendo nelle formazioni partigiane.

E ancora una normale esigenza di giustizia e di rispetto per chi qui cadde autenticamente per la libertà, e non solo il 17 Agosto 1944 (gli ultimi tre, i gappisti garibaldini Franco, Lazzaretto e Nalesso furono fucilati il 15 Aprile 1945) ci chiede di andare a fondo sulla questione, per me ormai abbastanza chiara, dei nomi dei fucilati in questa caserma riportati sul cippo commemorativo: allo stato attuale della ricerca è molto improbabile che i tre fucilati del 15 settembre 1944, i veri uccisori di Fronteddu, abbiano avuto a che fare con la Resistenza e il movimento partigiano; si vada a fondo con la ricerca storica e il nome di chi non è stato condannato a morte perchè combattente o anche renitente caduto per la libertà ma perchè ha compiuto un omicidio comune venga espunto dal cippo. Per tutti pietà, solo per i patrioti, i combattenti e i morti per la libertà, pubblico ricordo e onore.

Questo è un discorso rievocativo, fatto a nome delle Associazioni Partigiane, in una cerimonia istituzionale, in un luogo istituzionale come una caserma del nostro Esercito. Nessuno può approfittare dell’occasione per tirare dalla sua parte la lettura della storia, tanto meno per forzare l’attualizzazione di quegli eventi, che sono di tutti i democratici, gli antifascisti, i cittadini che, nella diversità delle opinioni politiche, amano la nostra Repubblica e la nostra Costituzione.

Credo che ci accomunino però alcune convinzioni che provo ad esprimere, andando alla conclusione.

Siamo qui a ricordare un episodio della Resistenza Padovana, perchè dalla lotta di Liberazione è sorta senza ombra di dubbio la nostra Repubblica democratica, retta dalla nostra Costituzione. Nessuna mitizzazione della Resistenza armata, pieno riconoscimento di tutte le altre forme di Resistenza disarmata e civile, rifiuto di attribuire a una sola parte politica, qualunque essa sia, primogenitura o maggiorascato sulla Resistenza. Ma nessuna parificazione, nessuna equidistanza, tolleranza zero per tutte le forme di neofascismo, che mettono assieme un giudizio anche solo benevolo sulla RSI con il razzismo e odio del diverso, che del fascismo attuale sono costitutivi.

I nostri morti del 17 Agosto 1944 erano diversissimi tra loro e in questa diversità stette la forza della Resistenza: il riconoscimento della diversità come valore è il sale della democrazia. La Resistenza si fece non solo per cacciare dall’Italia e dall’Europa fascismo e nazismo che volevano conquistare terre e comandare masse di sottoposti o di schiavi; ma si fece anche perchè cadessero e non si ricostituissero regimi fondati su un uomo solo, un partito solo, un gruppo solo al comando. Si fece, quella Resistenza, armata e disarmata, perchè non ci fosse più un capo dotato di pieni poteri, ma un popolo che, nella sua diversità e nelle sue differenze, costruisce e sperimenta il potere più diffuso. Un potere che non schiaccia, non è mai assoluto, è sempre sottoposto a verifiche, controlli e limiti.

Cari nostri,Busonera, Calderoni, Lampioni; Pierobon, Barbiero, Presicci, Bandini, Spigolon, Muollo, Franzolin: uscite dall’oblio, tornate vivi, aiutateci a fare il nostro dovere di cittadini.

Onore alla Resistenza e ai suoi Caduti, e in quel ricordo viva e migliori la nostra Patria.

Maurizio Angelini, 20 settembre 2019

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