Archivio di Stato di Padova, Corte d’Assise Straordinaria, b. 868, fasc. sentenza n. 448 su Marzon Bruno et al., fascicolo I, foglio 132 e sgg.

“Corte di Assise di Padova = Sez. Speciale In Nome del Popolo Italiano

L’anno 1947 il giorno 15 del mese di gennaio in Padova. La Corte di Assise di Padova = Sez. Speciale composta dai Sgg. 1= Comm. Dr. Orazio di Mascio Pres.

2= Cav. Dr. Adolfo Martino giud. A latere

3= Baraldo Cesare giudice popolare

4= Rizzo Arturo giudice popolare

5= Fiorin Mario Giudice popolare

6= Capuzzo Lino Giudice popolare

7= Savardo Cesare giudice popolare

Con l’intervento del P.M. rappresentato dal Sig. Avv. Dino Sequi e con l’assistenza del cancelliere Antonio Voccola ha pronunciato la seguente SENTENZA nella causa penale CONTRO I= Mazzon Bruno fu Giuseppe e di Tonin Ines nato a Padova il 14.8.1910 e quivi domiciliato e detenuto. 2= Di Velo Ascanio di Domenico e di Pagello Enriemma nato a Vicenza il 18.2.1906 dom. a Padova = detenuto.

3= Snoj Stanislao fu Francesco res. a Stra (Venezia) Farmacia Centrale = irreperibile

IMPUTATI

  1. Il Mazzon e il Di Velo del delitto di collaborazione col nemico invasore (art. 1 D.L.L. 22.4.1945 n. 142 in relazione agli art. 5 D.L.L. 27.7.1944 n. 15 n. 159 e 51 C.P.M.G.) per avere, succesivamente all’8 settembre 1943 il primo quale milite della G.N.R. di Cittadella e come informatore dell’Ufficio Anders ed agente della Sonderitad ed il secondo quale milite della Muti ed agente della Feldgendarmeria Germanica favorito le operazioni militari del nemico e nuociuto a quelle delle FF.AA. Italiane mediante ricerche e delazioni arresti e maltrattamenti, cattura di prigionieri alleati e persecuzioni, sevizie prolungate ed efferate di patrioti e loro coadiutori, indagini di polizia sull’attività degli stessi, ricerche ed arresto di prigionieri alleati, persecuzioni a coloro che ad essi avevano dato ospitalità, requisizioni, rapine, estorsioni, truffe di denaro e di altri beni.
  2. Di sequestro di persone (art. 110, 65 C.P.) per avere concorso con varie attività ciascuno all’arresto di Zurlo Luigi avvenuto in Cittadella il 18.11.1944 privandolo in tal modo della sua libertà personale.

Il Mazzon Inoltre:

  1. Del reato di sequestro di persona continuato (art. 81, 110, 605 C.P.) per avere, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso con altri, privato della libertà personale Eronni Attilio, Simeoni Luigi, Molinari Aronne, Tombola Romeo, Cabrelle Gino, Tonello Giovanni, Caiola Albani e altri.
  2. Del reato di truffa continuata (art. 81, 640 C.P.) per avere in Cittadella ed in S. Giorgio in Bosco ottenuto dai genitori di Simeoni Aldo tenatto di ottenere dalla moglie di Tosato Augusto dal fratello di Feronato Ernesto e dalla madre di Fabbris Vittorio la consegna di cose varie, e di un cucciolo di Boxer, con il pretesto di interessarsi per il rilascio dei rispettivi congiunti;
  3. Del reato di estorsione [si scrive in lapis Assolto per non aver commesso il fato, ndr] (art. 689 C.P.) per avere nel settembre dell’anno 1944 sotto minaccia di deportazione in Germania costretto Ziero Bortolo a versargli L. 2000.
  4. Del reato di lesioni personali continuate (art. 110, 81, 582 I parte C.P.) per avere in concordo con altri, cagionato a Simeoni Luigi e Cabrelle Gino lesioni che produssero malattia nel corpo per gg. 30 a Simeoni ed oltre 40 al Cabrelle.
  5. Di tentato omicidio [si scrive in lapis Assoldo per insufficienza di prove, ndr] (art. 56, 575, n. 61 n. 5 C.P.) per avere nel mese di novembre 1944 in Cittadella profittando di circostanze di tempo e di luogo tali da ostacolare la pubblica e privata difesa al fine di cagionare la morte di Cazzadore Livio e Vomiero Giuseppe esploso contro di essi diversi colpi di arma da fuoco, non raggiungendo lo intento per circostanze indipendenti alla sua volontà

Il Di Velo inoltre:

  1. Del reato di lesioni grave ed aggravate, art. 582 n. 6 e 2 e 61 n. 4 e 5 C.P.) per avere il 19.11.1945 a Falliere in Padova bastonato Desiderato Nello causandogli la perdita di quattro denti e il conseguente indebolimento permanente dell’organo della masticazione la rottura di tre costole della testa, agendo con crudeltà verso di essi e profittando di circostanze di tempo e luogo tali da ostacolare la pubblica e privata difesa.
  2. Di sequestro di persona continuato (art. 81, 605, 61 n. 4 C.P.) per avere con più atti esecutivi del medesimo disegno criminoso, privato della libertà personale Leso Paolo, Coconio Marchetti Gino, Don Giuseppe Dalle Fratte, Bernardi Guerrino, Molinari Aronne, Tombola Guerrino, Cabrelle Gino, Tonello Giuvanni, Garola Albano, Amedeo Agostino, Compagni Giovanni, Dal Teso Pietro, Rossato Arduino, Maritan Augusto agendo con crudeltà verso di essi; del reato di lesioni gravi continuate (art. 81, 582, 583 p.p.C.P.) per avere, adoperando sevizie ed agendo con crudeltà verso Leso Paolo, Cabrelle Gino, Bernardi Guerrino cagionato agli stessi lesioni che determinarono malattia per gg. 30 e 20 rispettivamente al Marchetti ed al Bernardi. Con l’aggravante, per tutti i reati concorrenti con quello di collaborazione, di cui all’art. 61 n. 5 per avere profittato di circostanze di tempo e luogo e persona tali da ostacolare la pubblica e privata difesa.

Lo Snoj: del reato di collaborazione col tedesco invasore (art. 1 D.L.L. 22.4.1945 n. 142 in relazione agli art. 5 D.L.L. 27.7.1944 n. 159 e 58 C.P.M.G. per avere successivamente all’8 settembre 1943 quale agente della Feldgendarmeria Germanica prestato aiuto ed assistenza al nemico invasore nell’arresto di patrioti e partigiani e sbandati dopo averne sorpreso la buona fede e tradito al fiducia.

FATTO E DIRITTO

Mazzon Bruno e Di Velo Ascanio con sentenza della Sezione Istruttoria della Corte d’Appello di Venezia del 18 novembre 1945 venivano rinviati a giudizio di questa Corte di Assise per rispondere entrambi del reato di collaborazione col tedesco invasore e del reato di sequestro di persona e il Mazzon inoltre di sequestro di persona continuato, del reato di truffa continuato, del reato di estorsione, del reato di lesioni personali continuate, il Di Velo inoltre di reato di sequestro di persona continuato e del reato di lesioni personali gravi continuate. Alla udienza odierna, su richiesta di citazione del P.M. veniva fissato altro procedimento con rito sommario nel quale il Mazzon e il Di Velo venivano chiamati a rispondere oltre che al delitto di collaborazione ai sensi art. 51 C.P.M.G. e il Mazzon inoltre di tentato omicidio; e il Di Velo inoltre di altro reato di lesioni gravi e aggravate e Snoj Stanislao del delitto di collaborazione col tedesco invasore.

I due processi, su richiesta del Pm, non opposta dai difensori, venivano riuniti procedendosi ad unico dibattimento. Il Di Velo e il Mazzon comparvero in stato di detenzione; non comparve invece lo Snoj e, verificata la regolare notifica della citazione nei suoi confronti, si procedette, su richiesta del P.M. in sua contumacia. Le distinte imputazioni contenute così nella sentenza di rinvio della Sentenza della Sezione Istruttoria, come del decreto di citazione del procedimento a rito sommario, enunziato in rubrica, vennero contestate dagli imputati. All’inizio del dibattimento si costituirono parte civile in giudizio contro gli impputati Di Velo e Mazzon le parti lese Cabrelle Lino, Molinari Aronne, Tombola Mario, nonché contro il solo Di Velo Amedeo Agostino. All’esito del dibattimento odierno quest’ultimo concludeva condannarsi il Di Velo alla pena ritenuta di condannarsi il Di Velo alla restituzione di L. 619.000 per altrettanti sequestrati all’Omodeo e alla somma di L. tre milioni e ventimila relativa all’asporto della partita di stoffa eseguito in casa del predetto Amodeo. Condannare l’imputato ai danni che si fissarono in L. cento mila ed alle spese ed agli onorari di costituzione di parte civile che si fissano nella complessiva somma di L. 10.000. La Parte Civile Tombola Mario concludeva: affermata la responsabilità del Di Velo e del Mazzon pei reati loro ascritti, condannarli alla pena di giustizia nonché alla liquidazione dei danni patrimoniali patiti che si giustificano in L. 1 (una) oltre alle spese di costituzione e rappresentanza di Parte Civile in L. 6156. La Parte Civile Molinari Aronne conclude condannare il Di Velo e il Mazzon alla pena ritenuta di giustizia e al risarcimento di danni in L. 1, oltre alle spese di onorari in L. 6000. La Parte Civile Cabrelle Rino concludeva condannare il Di Velo e il Mazzon alla pena ritenuta di giustizia, nonché alla liquidazione di danni patrimoniali e non patrimoniali giustificati in L. 1 (una) oltre alle spese di costituzione e di rappresentanza di parte civile, pro= e di rappresentanza di parte civile proposti in L. 6156. Il P.M. concludeva: Ritenersi il Di Velo e il Mazzon colpevole di collaborazione militare a sensi dell’art. 15 C.P.M.G. con sevizie particolarmente efferate e con le circostanze per il Mazzon di aver agiti a fine di lucro, e, in concorso di circostanze attenuanti generiche condannare ciascuno di essi ad anni Trenta di reclusione, dichiarandosi assorbito nel delitto di collaborazione il reato di sequestro di persona. Ritenersi il Mazzon colpevole del delitto di truffa aggravata continuata, nonché di lesioni personali aggravate continuate ec lesioni personali aggravate continuate e condannarlo pel primo ad anni 2 di reclusione e L. 10.000 di multa, e pel secondo ad anni 2 di reclusione. Assolvere lo stesso Mazzon dal reato di estorsione perché il fatto non sussiste e da quello di tentato omicidio per insufficienza di prove. Ritenersi il Di Velo colpevole di unico delitto di lesioni personali aggravate continuate e condannarlo ad anni 5 di reclusione. Dichiararsi non doversi procedere nei confronti di Snoj Stanislao pel delitto di collaborazione per essere il delitto stesso estinto; a seguito di amnistia. La difesa dello Snoj concludeva dichiararsi estinto per amnistia il delitto ascrittogli in rubrica. Il difensore del Di Velo concludeva; dichiararsi assorbiti nel delitto di collaborazionismo il sequestro di persona e le lesioni personali aggravate, ritenendo applicabile al delitto l’art. 58 C.P.M.G. e dichiarando il delitto estinto a seguito dell’amnistia di cui al D. Pres. 22.6.1946.

In subordine assolve il reo Di Velo perché non punibile ai sensi dell’art. 51 C.P. ult. Cpv. In ulteriore subordine ove il Di Velo venga dichiarato colpevole del delitto di cui all’art. 58 C.P.M.G. irrogare il minimo della pena con le attenuanti previste dalla legge. La difesa del Mazzon concludeva, assolversi lo stesso con formula piena del reato di estorsione. Dichiarare i reati di lesione e di truffa come reati a se stanti e quindi non doversi procedere per essere i reati stessi estinti per amnistia il collaborazionismo. Il Collegio anzitutto ha ritenuto di dover accogliere la richiesta del P.M. in ordine all’imputato Snoj Stanislao, alla quale ha aderito la difesa; in quanto, dalla stessa imputazione di collaborazionismo quale risulta dalla rubrica, nessuna causa ostativa è contestata che possa impedire l’applicazione allo Snoj del beneficio dell’amnistia di cui all’art. 3 D Pres. 22.6.1946 [Da questo momento si riporta in lapis Mazzon assolto da delitti tentato omicidio ed estorsione, ndr] Ha ritenuto poi il Collegio prendere in esame le particolari imputazioni di tentato omicidio e di estorsione, ascritte al Mazzon decidendo di assolvere lo stesso del primo delitto per insufficienza di prove e dal secondo per non aver commesso il fatto; e ciò per le seguenti considerazioni l’imputazione di tentato omicidio trova la sua origine in una denuncia di Cazzadore Livio (fg. 7), il quale affermava confermandolo in istruttoria e nello odierno dibattimento che, in una sera del novembre 1944 in Cittadella egli e il partigiano Vomiero Giuseppe pedinavano un tedesco per disarmarlo, quando, giunti presso l’albergo Roma, furono fermati dal milite della G.N.R. Mazzon Bruno che richiese loro i documenti; ma essi dettero una spinta al Mazzon e si diedero alla fuga, mentre il Mazzon estraeva la pistola scaricandone contro di loro tutti i colpi. Il Mazzon ha ammesso la prima parte del fatto, negando però di aver esploso alcun colpo, e dichiarando che egli, quando fu spinto cadde a terra. Su tale episodio non è stato possibile sentire altri teste che il denunziante Cazzadore. Questi ha bensì con giuramento confermato la denunzia e, ad analoga domanda, ha anche risposto che era sicuro che i colpi erano certamente diretti verso di loro come poté notare volgendosi intorno mentre fuggiva ed osservando la fiamma che ad ogni esplosione usciva dalla canna della pistola. Ma il Collegio considerando che lo stesso Cazzadore dichiarò che il fatto avvenne ad ora tarda della sera quando era già buio, che il Cazzadore nell’orgasmo della fuga non poteva essere sicuro delle sue osservazioni che comunque non può aversi nessuna sicurezza sull’eventuale fine che si proponeva il Mazzon esplodendo l’arma dopo aver ricevuto la pistola; e che la sola testimonianza del Cazzadore non può sufficientemente convincere la Corte della volontà omicida del Mazzon e delle circostanze di fatto che costui contesta, ha ritenuto corrispondente ad un criterio di giustizia doverlo assolvere per insufficienza di prove. Quanto alla imputazione di estorsione la Corte è pienamente convinta della innocenza del Mazzon. E’ infatti risultato non solo dalle dichiarazioni di questi che ha negato ogni addebito, ma dalla stessa pretesa vittima dell’estorsione Ziero Bortolo che, (f. 336) ammise in dibattimento che, in seguito ad un incidente stradale una stanga del suo carretto, investì, danneggiando il parabrise, una autovettura comandata dal Mazzon; e che egli senza subire minaccia alcuna pagò pel risarcimento del danno L. 2000 su esibizione della fattura delle riparazioni che furono eseguite. Niun dubbio, quindi, che da tale imputazione il Mazzon debba andare assolto per non aver commesso il fatto [da questo momento c’è scritto in lapis Condannato per Truffa continuata, ndr] La Corte ha, però, ritenuta la piena colpevolezza del Mazzon in ordine al delitto di truffa continuata: a lui ascritta. Si vedrà, più avanti, quando si tratterà del reato di collaborazionismo, che il Mazzon concorse all’arresto di varie persone. Ma sta in fatto che è emerso per le risultanze processuali e dibattimentali che era suo abituale sistema, appena avvenuti gli arresti, mettersi a contatto coi parenti delle persone arrestate, e raggirarle promettendo loro di interessarsi per ottenere la loro liberazione, ottenendone, pur senza farne espressa richiesta compensi in denaro e in merci. In tale attività del Mazzon la Corte ha ritenuto sussistere tutti gli estremi del reato di truffa continuata. Di tale attività, truffaldina hanno deposto il Dott. Giorgio Giaretta (f. 186) e Baggio Alberto (fg. 196, 266 e fg. 6). La deposizione della teste Sgarbossa Celestina (f. 188) e di suo cognato Zurlo Giuseppe (fg. 189) da quanto emerse dal verbale di dibattimento hanno dimostrato che il Mazzon, dopo l’arresto di Zurlo Luigi (del quale purtroppo mai più si è saputa la sorte) si mise in contatto con la Sgarbassa, moglie dell’arrestato offrendole di farne ricerca e interessarsi a liberarlo inducendo con false informazioni ad accompagnarlo presso Comandi a Padova e a Vicenza con l’evidente intenzione di spillarle denaro; e l’imputato stesso ammise in udienza di aver ricevuto dalla Starbossa L. 2000 per quanto non ebbe a richiederle, circostanza affermata dalla Sgarbossa. Similmente dopo l’arresto di certo Tosato Augusto, catturato perché quale sarto confezionava indumenti pei partigiani, si mise in contatto con la moglie di lui Brugnaro Margherita e le disse che si voleva evitare la deportazione del marito in Germania doveva sborsare una somma, circa 30 o 40 mila lire, come la Brugnaro (f. 312). Con lo stesso sistema, promettendo di evitare la deportazione in Germania del figlio Simioni Aldo, ottenne in più volte dai suoi genitori Simioni Virginio e dalla madre Lago Maria la consegna di derrate alimentari per un valore di circa trentamila lire; sovvenzioni che durarono per circa un mese e mezzo e cessarono soltanto con la effettiva deportazione in Germania del Simeoni Aldo (fg. 116, 195, 313 e v. formula dibattimento), che più non tornò. Similmente, dopo l’arresto del Dr. Vittorio Fabbris il Mazzon Bruno cominciò a circuire la madre di lui Pagani Maria V.va Fabbris (fg. 292); la teste dice: In Mazzon si comportò in modo da darmi d’intendere che lui poteva qualche cosa. Non fece mai esplicita richiesta di danaro, ma implicitamente il suo contegno faceva comprendere che ne ricercava. Il Mazzon pur ammettendo di avergli proposto di interessarsi a favore di vari arrestati, nega di averlo fatto per spillar denaro, ma soltanto con fermo proposito di interessarsi di loro però il Collegio, di fronte alla esplicita deposizione dei testi e specialmente della Sgarbossa, della Zurlo, della Lago Maria, di Simioni Luigi, non ha esitato a ritenere che il Mazzon abbia compiuto delle vere e proprie truffe nei loro confronti [da questo momento è scritto in lapis Condanna per lesioni col.contin.] Il Mazzon inoltre dev’essere ritenuto colpevole del delitto di lesioni volontarie personali continuate in danno di Simeoni Luigi e Cabrelle Gino. Le lesioni in danno del Simeoni Luigi sono provate dalle dichiarazioni di costui a f. 243, confermate con giuramento in udienza, e dalle risultanze della perizia medica a fg. 5 (volumeperizie); quelle in danno di Cabrelle Gino risultano per la testimonianza della madre di costui Marzaro Giubila (fg. 346 e verb. Diba che confermò come anche il Mazzon ebbe con gli altri a percuotere il figlio con una doppia canna di fucile da caccia spiegato. Su questo episodio si tornerà a parlare, allorché sarà esumato la posizione del Di Velo [da questo momento è scritto in lapis Condanna per collaborazione, ndr] Che, infine, il Mazzon abbia attivamente collaborato col tedesco invasore non è dubbio. Milite della G.N.R. di Cittadella prima, passò poi alle dirette dipendenze del nemico come informato dell’ufficio Anders e agente della Snederitad (fg. 24). Che egli abbia partecipato all’arresto dello Zurlo (il patriota del quale non è stato possibile conoscere la fine è comprovato dalla chiamata di correo del Di Velo, per quanto questi in dibattimento abbia modificato le sue dichiarazioni, e dalla circostanza affermata dal Baggio Franco (fg. 25, 279) che quando fu operato l’arresto, il Mazzon si trovava nella piazza di Cittadella ed osservava la scena con interessamento, dando l’impressione di non essere estraneo all’operazione stessa. Egli concorse inoltre all’arresto di Eroni Attilio (fg. 129, 24), del Simeoni Luigi (fg. 243, 315) e di un gruppo di patrioti a Limena; arresto ivi avvenuti il 7 novembre 1944 come risulta dalla già citata disposizione di Marzaro Giubile (fg. 346 e verb. Dibattimento).

[Da questo momento è scritto in lapis Di Velo Collaborazione arresti interrogatori sevizie lesioni, ndr.] passando ad esaminare la posizione dei Di Velo il Collegio non ha esitat ad affermare che egli, date le risultanze dibattimentali e istruttorie, ha spiegata un’attiva collaborazione col tedesco invasore. Quale Milite della Muti del Gruppo Rionale Buonservizi in primo tempo, passò poi alla diretta dipendenza della Feldgendarmeria tedesca, compiendo varie imprese nelle quali mostrò il massimo zelo, spiegando costantemente un carattere violento e brutale. Procedette all’arresto del patriota Zurlo al quale più volte si è accennato (teste Zurlo Giuseppe fg. 189); procede all’interrogatorio, presso la Feldgendarmeria di via Cristoforo Moro, di Leso Paolo percuotendolo in modo da fargli cadere dei denti [da questo momento si riporta in lapis Sevizie, ndr] e da procurargli una malattia durata presumibilmente trenta giorni (fg. 95 e 304 e fg. 8 vol. perizia) si introdusse nella casa di Gomiero Gino per catturare un prigioniero inglese, e lo percosse così brutalmente che il Gomiero, ragazzo di appena 16 anni, preso da paura finì epr defecare e orinare (fg. 37, 215 e retro 337, 338, 341 e ver dibatt.); si introdusse per lo stesso motivo nella casa di Conluo Gino con due militari tedeschi e lo percosse (fg. 337) nonché nella casa di Marchetti Guglielmo che percosse insieme al figlio e alla moglie, traendo in arresto il figlio Gino che ripetutamente percuotè durante gli interrogatori, fingendo anche di volerlo fare fucilare (fg. 98 247, 347, 348). Episodio più particolarmente notevole è quello in casa di Cabrelle Gino ove si trovavno un gruppo di partigiani. [Da questo momento è scritto in lapis Lesioni e Sevizie, ndr] Il Di Velo con altri tre o quattro frai quali il Mazzon il ferma, li percuote, spezzando un braccio al Cabrelle con la doppia canna del fucile da caccia, come si è già detto innanzi (fg. 99, 342, verb. Dibatt). Minaccia e percuote certi Compagni Giovanni e Toso Pietro (fg. 109e311) arresta e percuote Mariton Angelo dopo avergli legato le mani dietro la schiena (fg 147, 202); percuote con pugni e calci e con un tubo di gomma sul corpo denudato di Marcato Ugo (fg 167). In altre circostanze in compagni di militari tedeschi si introdusse nell’abitazione di Mantova Arturo per la ricerca di prigionieri alleati percuotendo il Erigo Umberto (fg. 220, 221, 222) che trae in arresto. Percuote ripetutamente col solito tubo di gomma, durante un interrogatorio durato circque ore: Rosati Arduino, accusato di aver dato ospitalità a prigionieri inglesi (fg. 259, 318). Possono trascurarsi altri episodi di violenza compiuti dal Di Velo e risultanti sia dall’istruttoria che dalle testimonianze rese in dibattimento, giacchè, quanto si è venuto fin qui esponenti prova pienamente la responsabilità del Di Velo in ordine al delitto di collaborazione, di sequestro continuato di persone, di lesioni gravi ed aggravate in danno a Leso Paolo, Cabrelle Gino. Soltanto occorre ricordare (e ciò anche nei confronti del Mazzon Bruno) che il Di Velo e il Mazzon all’orché compirono l’operazione in casa del Cabrelle trassero in arresto e percossero brutalmente anche Molinari Aronne, oggi costituitosi parte civile, nonché il Cabrele Gino, Tombola Romeo e Tonello Giovanni. Di questi ultimi tre non si sono avute più notizie e se ne ignora la fine; il Cabrelle Rino fratello del Gino e il Tombola Mario, fratello del Rinco si sono anch’essi come si disse avanti, costituiti parte civile. Ha ritenuto il Collegio che i veri sequestri di persona operati dal Di Velo e dal Mazzon, con le stesse lesioni volontarie delle quali essi specificamente sono chiamati a rispondere, debbono peraltro considerarsi elementi costituitivi del maggior delitto di collaborazione e in questo debbano perciò ritenersi assorbiti; in quanto, sia gli arresti sia le violenze personali usate agli arrestati durante gli interrogatori erano tutti fatti diretti al fine di costringere i partigiani a svelare il segreto delle organizzazioni cospirative, a privare il fronte della restanza interna, della zona invasa dal nemico delle forze più operative; nel che la Corte ha ritenuto, in confronto sia del Di Velo che del Mazzon, concretarsi in tutti i suoi estremi il reato punibile ai sensi dell’art. 51 C.P.M.G., risolvendosi l’attività degli imputati in un solo e proprio aiuto militare al nemico. Il Collegio ha ritenuto poi, di dover pienamente rigettare la tesi della difesa del Di Velo diretta a sostenere a sua beneficio l’applicazione dell’art. 51 C.P. in quanto nulla in Processo, comunque ha dimostrato che egli obbedisse agli ordini dei quali non poteva discutere la legittimità; in quanto, a parte ogni considerazione di diritto, sta in fatto che lo zelo spiegato in ogni occasione, le sue violenze abituali, le sevizie, come meglio si spiegherà, usate in ripetute occasioni, stanno a dimostrare con quanta spontaneità e zelo si adoperasse a pro del nemico invasore. Ha ritenuto, infine, la Corte che nel caso non possa nei confronti del Mazzon e del Di Velo dichiarsi estinto per amnistia il delitto di collaborazionismo. Pel Mazzon esistono due cause ostative le sevizie particolarmente efferate e il fine di lucro [Da questo momento è scritto in lapis Mazzon: fine di lucro e sevizie part. Eff., ndr] Quest’ultima causa ostativa è pienamente dimostrata dalla sua costante attività truffaldina sopra dimostrata, che spiega come egli si sia indotto a collaborare per trarne falle sue losche operazioni un personale lucro in occasione degli arresti operati da lui stesso o da altri. Oltre agli elementi più sopra considerati occorre ancora ricordare quanto depose un altro testimone in udienza, Simeoni Giuseppe, e cioè che, essendosi recato con la signora Sgarbossa ad un Comando Tedesco per avere possibilmente notizie del marito Zurlo, e avendo dichiarato ad un ufficiale di quel comando che colà si era recato per un consiglio del Mazzon, l’ufficiale le disse che il Mazzon era noto anche a loro per la sua losca attività, che gli avessero offerto delle somme per far rilasciare lo Zurlo e avessero poi informato il Comando, perché avrebbero pensato essi tedeschi a metterlo a posto. Sussiste prova, senza dubbio l’altra causa ostativa delle sevizie particolarmente efferate. Oltre allo specifico fatto delle lesioni inferte al Cabrelle Gino e la Simeoni Luigi occorre far presente che quest’ultimo patì per opera del Mazzon Bruno vere e proprie sevizie atroci. Ha confermato in udienza il Simeoni quanto aveva denunziato e confermato in istryttoria (fg. 243, 315) [da questo momento è riportato in lapis Sevizie p. eff. Obbliga a bere 8 bicchieri di acqua bollente molto salata, ndr]. Il Mazzon e i suoi accoliti nella caserma di Galliera lo obbligarono a bere otto bicchieri di acqua bollente molto salata. Rinchiusero poi in cella gli provocarono tal sete che fu costretto a sodarla con la propria orina; lo denudarono lasciandolo seminudo per le percosse poi ripetutamente con un caricatore di mitra lal testa, e, quando era a terra sfinito, tutti insieme lo percuotevano coi calci del mitra e dei moschetti. Poi uno di essi gli applicò la corrente elettrica al basso ventre, che gli procurò anche la debolezza sessuale della quale dovette in seguito curarsi nella clinica del Proff. Belloni (fg. 248). E che il Mazzon Bruno usasse abitualmente tali sistemi risulta da un altro teste Farina Walter (fg. 274) che in udienza confermò che dalla viva voce del Mazzon Bruno, il quale a mensa parlava con altri suoi compagni sentì dire che un buon metodo per far parlare i patrioti era quello usato da lui e che consisteva nel dare a bere acqua e sale lasciandoli poi due giorni senza bere, e dare poi uno o due cucchiaini di acqua dolce per stimolarne la sete. Quanto al Di Velo occorre ricordare che numerosi sono i testi i quali hanno deposto di essere stati vittime delle sue violenze e delle sue sevizie. Possono tralasciarsi tutte quelle che alludono soltanto a pugni, schiaffi e calci, in parte ammessi dallo stesso Di Velo, che ha però negato, come il Mazzon, di aver mai usato sevizie dichiarò con giuramento in udienza di aver appreso dal Cabrelle Gino, la mattina dopo l’arresto, quando cercò fasciarli alla mogli il braccio spezzato, che il Di Velo per obbligarlo a parlare gli aveva torto il braccio fratturato. Il Parroco Don Giuseppe Dalle Fratte depose in udienza che, allorché egli fu tratto in arresto, il Di Velo percosse il vecchio campanaro e impedì al cappellano la celebrazione della messa terrorizzando la popolazione. Marcato Ugo confermò in udienza che tratto in arresto fu interrogato al circolo Cappellozza e torturato dal Di Velo che lo percosse a pugni e a pedate nel ventre e poi fattolo spogliare, lo percosse spietatamente con un tubo di gomma (fg 167, 312); Gomiero Gino (215, 341) fu percosso col calcio del mitra, con pugni e minacciato di fucilazione, Desiderato Nello (fg. 110 vol 11) dichiarò di essere stato arrestato e torturato a sangue dal Di Velo che, quando lo trasse in arresto, percosse anche la moglie incinta e la nonna ottantenne; durante l’interrogatorio fu crudelmente percosso dal Di Velo, che rideva e si divertiva alle sue sofferenze che lo costringeva a mettere sul tavolo una mano distesa e poi lo percuoteva duramente con una bacchetta di ferro; aggiunge il Desiderato Nello che, quando sfinito cadeva a terra, il Di Velo lo calpestava in modo tale da non poter più reggersi e veniva condotto via in portantina; che, per uccisione che per irrisione gli fece dare dei cachetz per calmare il dolore che gli producevano alla testa le ferite. Il teste Marcato Ugo confermò in udienza di aver visto il Desiderato dopo l’interrogatorio mentre lo riconducevano in cella (non ricorda il particolare della portantina) sanguinante in varie parti del corpo. Santi Giovanni (f. 116) fu percosso dal Di Velo in modo che ebbe due denti spezzati; egli è mutilato di guerra, privo dello avambraccio sinistro come ha potuto costatare il Collegio in udienza. Bordignon Domenico fu percosso dal Di Velo col calcio della rivoltella riportando lesioni al labbro e rottura dei denti (fg. 357).

Compagnin Giovanni fu percosso dal Di Velo che gli puntò poi la rivoltella con la canna contro la tempia (fg. 311). Tagliaferro Gianfranco fu percosso per due ore (fg. 318)in caserma dal Di Velo, e Rossato Arduino (fg. 318), in un interrogatorio durato circa quattro ore, fu ripetutamente percosso con un pugni e con un tubo di gomma. Altre persone interrogate, percosse e minacciate di morte con la rivoltella puntata contro il collo sono Soranzo Vittorio (fg. 349 e Scapin Giovanni (fg. 353). La Corte ha ritenuto che, specialmente le torture inflitte al Cabrelle con la torsione del braccio fratturato, e al Desiderato Nello concretino quelle “sevizie particolarmente efferate” previste dall’art. 3 del D. di Amnistia e non creduto di tener conto di una deposizione a discarico del detenuto Galesso Antonio il quale ha dichiarato in dibattimento che non il Di Velo, ma egli stesso trasse in arresto il Desiderato Nello, e che escluse che colui fosse dal Di Velo interrogato e percosso. Tale deposizione non ha ritenuto la Corte troppo attendibile, sia per la fermezza con la quale il Desiderato ha confermato in udienza in confronto del Di Velo le sue accuse, mentre il Di Velo stesso ha dovuto escludere che motivi di rancore o altre cause personali potesse indurre il Desiderato accusar lui anziché altre persone, sia perché è troppo notoria l’abitudine rivalsa tra condetenuti nella casa di Pena di Padova. Concludendo la Corte ritiene inapplicabile l’amnistia così nei confronti del Di Velo che del Mazzon per le spiegate ragioni. Per altro ha creduto pera latre considerazioni di poter concedere ad entrambi le attenuanti generiche (art. 62 bis C.P.); in minor misura al Di Velo, il quale ha spiegato un’attività collaboratrice più continua e zelante del Mazzon e che è stato sistematicamente violento; onde ha ritenuto di dover mutare la pena capitale in anni 27 di reclusione per il Di Velo, e in anni 24 pel Mazzon. A quest’ultima ha poi creduto infliggere quale equa pena per la truffa continuata, compreso l’aggravante, quella di un anno di reclusione e L. 5000 di multa (partendo da otto mesi di reclusione e L. 3000 di multa aumentati rispettivamente di 2 mesi e 1000 Lire per l’aggravante di cui all’art. 61 n. C.P. e di altri due mesi e L. 1000 per la continuazione). A tali pene va applicato il condono di un terzo per la pena detentiva e il condono totale per la pena pecuniaria (art. 9 del D. 1944). Con la condanna pel delitto di collaborazionismo deve ordinarsi anche la confisca del patrimonio del Di Velo del Mazzon che può limitarsi ad un terzo dei beni. La Corte ha infine, date la risultanze di causa, che hanno provato che il Molinari il Cabrelle Gino e il Tombola Romeo furono arrestati e brutalmente percossi dai due imputati, ha ritenuto di dover accogliere l’istanza per il risarcimento dei danni proposti dal Molinari Aronne, che personalmente ebbe a subire danni, come del Cabrelle Rino e del Tombola Mario rispettivamente fratelli degli altri due; arrestati e percossi dei quali, dopo l’arresto, non si è più avute notizie; onde si ignora la loro fine. Le tre nominate parti civili hanno richiesto che il danno sia loro liquidato in L. 1; riparazione simbolica che la Corte non può a meno di concedere quanto alla costituzione di parte civile di Omedeo Agostino anche le conclusioni di quest’ultimo debbono nei limiti concessi dalle risultanze processuali essere accolte. Occorre ricordare come lo Amodeo (fg. 351) ebbe a denunciare (fg. 100 e 144) che il 7 ottobre 1944, il Di Velo accompagnato da SS tedesche entrò nella sua abitazione a S. Giorgio delle Pertiche, ove era sfollato, e però da prima una perquisizione, lo percosse e lo trasse in arresto e sequestrò 3014 metri di stoffa per un valore di L. 3.400.000 e 629.000 lire in denaro liquido nonché vestiario e indumenti personali. Rimase in carcere 54 giorni. Tale circostanza relativa alla perquisizione sequestro e asportazione di stoffe, arresto del Molinari, vennero confermate dal teste Scapin Giovanni (fg. 353) il quale però non precisò l’ammontare della merce asportata. Onde; per quanto riguarda l’ammontare dei danni subiti dall’Amodeo, che naturalmente non permettono, di sole, di liquidarsi il risarcimento dovuto; tanto più che in udienza, per la prima volta, lo stesso Amodeo ha ammesso che, per intervento dell’ex prefetto Menna di Padova, noto e già condannato da questa corte in stato di latitanza alla pena capitale per i suoi misfatti, e, sembra, parente della moglie dell’Amodeo, egli ha ottenuto una restituzione almeno parziale dei valori sequestratogli. Il Di Velo non ha negato di aver partecipato all’operazione in danno dell’Amodeo; ma dichiarò la sua attività si era limitata a seguire con altra macchina i tedeschi, per ordine degli stessi. Ciò contrasta per: con le dichiarazioni sia dell’Amodeo sia dello Scapin che deposero come il Di Velo dirigeva l’operazione ed ebbe anche a percuoterli entrambi prima di trarre in arresto l’Amodeo. Ma, per le spiegate ragioni, quanto alle domande di restituzione, di liquidazione di danni avanzate dalla parte civile la Corte non può che emettere soltanto una declaratoria generica di diritto e risarcimento, mancando ogni elemento, positivo, che permetta di quantificare sia pure molto approssimativamente il danno materiale subito dall’Amodeo.

P.Q.M.

Letti gli art. di legge enunciati in rubrica nonché l’art. 3 e 9 D. di amnistia 22.6.46. I D.L.L. 31 maggio 1946 e 62 bis C.P. e 488 C.P.P. Modificata la rubrica nel senso che le imputazioni di sequestro di persona e di lesioni personali aggravate e continuate rimangano assorbite nel delitto di collaborazione ai sensi dell’art. 51 C.P.M.G. dichiara Di Velo Ascanio e Mazzon Bruno colpevoli del delitto stesso di collaborazionismo e il Mazzon inoltre del delitto di truffa continuata; e in concorso di attenuanti generiche, condanna il Di Velo ad anni 27 di reclusione, e il Mazzon ad anni 25 di reclusione e L. 5000 di multa per le conseguenze di legge e entrambi, in solido, al pagamento delle spese processuali. Ordina la confisca del patrimonio del Di Velo Ascanio e Mazzon Bruno nella misura di un terzo dei beni. Dichiara condonato un terzo delle pene detentive come sopra inflitte e l’intera pena pecuniaria inflitta al Mazzon, determinando così la pena definitiva di anni 18 di reclusione pel Mazzon. Condanna il Di Velo Ascanio e Mazzon Bruno in solido ai danni verso le parti lese Molinari Aronne, Cabrelle Gino e Tombola Mario costituiti parti civili, liquidando tali danni in L. 1 per ciascuna di esse, nonché alle spese di costituzione di parte civile e rappresentanza liquidate in complessivo L. 6000 (sei mila) per ciascuna di esse, e condannarsi inoltre il Di Velo ai danni verso la parte lesa Amodeo Agostina costituita parte civile, da liquidarsi in separata sede oltre alle spese di costituzione di parte civile e di rappresentanza liquidate in L. 6000, disattesa l’istanza di cui al n. 2 delle conclusioni di parte civile. Assolve Mazzon Bruno dalla imputazione di tentato omicidio di persona di Vomiero Giuseppe, Cazzadore Lidio per insufficienza di prove e dalla imputazione di estorsione per non aver commesso il fatto. Dichiara non doversi procedere contro Snoj Stanislao in ordine al delitto di collaborazione rubricato per estinzione del delitto a seguito di amnistia. Padova, 15 gennaio 1947. Il Cancelliere F/to Babolin Il Presidente F/to DI Mascio Depositato oggi 20.1.1947 Il Cancelliere.”

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