Archivio di Stato di Padova, Corte d’Assise Straordinaria, b. 868, fasc. sentenza n. 448 su Marzon Bruno et al., fascicolo I, assoluzione del Mazzon presso la Cassazione

La Corte di Cassazione (Roma, 27 aprile 1947) assolve Mazzon: “Nel reato di truffa occorre la messa in scena: la semplice bugia non costituisce per se stessa l’inganno cui il soggetto passivo della truffa deve essere sottoposto. Nella sentenza impugnata si afferma che il Mazzon si presentava ai parenti degli arrestati e prometteva loro di adoperarsi per mitigarne la sorte. Egli, dice testualmente la Corte, non mai chiese denaro od altra utilità però accettò ciò che le famiglie dei detenuti offrirono. Si potrebbe pensare ad un millantato credito se le autorità tedesche potessero considerarsi come nostri pubblici ufficiali, ma non mai reato di truffa. La Corte non afferma che i discorsi del Mazzon fossero predisposti allo scopo di carpire il danaro: si comprende benissimo che se egli prometteva aiuto, gli interessati codesta promessa dovevano vedere realizzata e nella speranza di ciò cercavano di ingraziarsi quanto più fosse possibile il Mazzon. Guai se dovessero essere dichiari colpevoli di truffa tutti coloro ai quali si fa un donativo chiedendone l’intervento per una raccomandazione. D’altronde neppure i tedeschi invasori dettero mai importanza all’opera del Mazzon di cui dissero di diffidare ma non mai procedettero contro di lui. La truffa è un reato a se stante e non entra quindi col collaborazionismo, e sarebbe sempre coperta dall’amnistia del 5 novembre 1945. Ma la Corte non afferma che il Mazzon non si adoperò in favore di coloro che gli fecero i donativi: se egli una certa opera esplicò, ma senza un risultato favorevole, non può dirsi solo per ciò che egli abbia truffato. Si conclude per l’annullamento della sentenza impugnata senza rinvio per inesistenza dei reati addebitati al Mazzon, o quanto meno per estinzione degli stessi per amnistia”.

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