Archivio di Stato di Padova, Corte d’Assise Straordinaria, b. 868, fasc. sentenza n. 448 su Marzon Bruno et al., fascicolo I, foglio 212

Alla Ecc/ma Corte di Cassazione ROMA MOTIVI a sostegno del ricorso interposto da Di Velo Ascanio di Domenico e di Pagello Euriemma nato a Vicenza e domiciliato a Padova avverso la sentenza del 15 Gennaio 1947 della Corte di Assise Sezione Speciale di Padova che lo condannava alla reclusione per la durata di anni 27 e lire 5.000 = di multa con le conseguenze di legge condonando un terzo della pena perché ritenuto responsabile del delitto previsto dall’art. 51 C.P.M.G. in relazione all’art. 1 D.L.L: 22/4/1945 n° 142 e all’art. 5 D.L.L. 27/7/1944 n° 159

Breve premessa per precisare che il Di Velo come vorrebbe la sentenza non è mai stato milite della Muti e agente della Feld Gendarmerie Germanica.

Egli il I° Ottobre 1933 all’età di 27 anni venne assunto in servizio permanente effettivo nella Milizia Nazionale della Strada. Fu eseguito della II^ Armata Intendenza sul fronte Iugoslavo e quindi dell’11/ma Armata in Grecia. Dopo il 25 Luglio 1943 fu assegnato al seguito della 8^ Armata fronte sud Italia. Dopo l’8 settembre 1943 come appartenente a forza regolare di Polizia dello Stato raggiunge il reparto di provenienza. Su richiesta del Comando tedesco il Comando della Milizia di Padova lo assegna in servizio presso la 3^ Compagnia della Feld Gendarmerie.

Come appartenente alle Forze Armate di Polizia per legge Internazionale (come i Carabinieri – i Funzionari di Questura – i Militi Forestali – i Vigili Urbani – i Vigili del fuoco – i Militi Ferrovieri – i Custodi delle Carceri ecc.) aveva il dovere di prestare la sua opera agli ordini dell’esercito occupante. E’ pacifico e noto infatti che tutti gli appartenenti alle Forze Armate di Polizia sono passati agli ordini delle truppe liberatrici e la milizia della strada assunse il nome di Polizia del Traffico. Secondo quanto disposto dal R.D. 20 Ottobre 1932 N° 1554 pubblicato nella Gaz. Uff. 13/12/32 n° 236 all’art. 1° la M.O.S. fa parte delle Forze Armate dello Stato, e all’art. 2 gli ufficiali e i sottufficiali sono ufficiali di Polizia Giudiziaria e i militi agenti di Polizia giudiziaria.

MOTIVO PRIMO

Erronea applicazione dell’art. 1 del D.L.L. 22/4/45 n° 142 in relazione all’art. 524 n° 1 C.P.P. Dispone l’art. 1 nei suoi capoversi che deve venire applicato l’art. 51 del C.P.M.G. quando i responsabili di collaborazionismo col tedesco invasore abbiano rivestite determinate responsabilità, negli altri casi deve essere applicato l’art. 58 del Codice stesso. Quindi l’art. 1 in esame fa riferimento al C.P.M.G. soltanto per al entità delle pene e non anche per la sostanza dei fatti; deve quindi considerarsi innovativo alla preesistente diposizione dell’art. 5 del D.L.L. 27/7/44 n° 159, che puniva il collaborazionismo a norma delle disposizioni del C.P.M.G. E’ quindi superata la distinzione fra aiuto militare al nemico ed aiuto al nemico nei suoi disegni politici, per la determinazione delle pene, e se ha soltanto riguardo alle cariche ricoperte.

La interpretazione letterale del predetto art. 1 è la seguente: a) ai collaborazionisti presunti indicati ai n.ri 1 e 2 si applicano le pene previste dagli artt. 51 e 54 C.P.M.G.; b) le stesse pene si applicano ai collaborazionisti presunti indicati ai n.ri 3-4-5, quando hanno assunto “più gravi responsabilità” c) in tutti gli altri casi, cioè quando non si tratti di “cariche e funzioni sopra elencate”, cioè esclusa l’ipotesi di collaborazionismo presunto, si applica sempre l’art. 58 C.P.M.G. Il Di Velo era modesto milite della strada e non ha mai assunta funzione, né carica che comportasse grave responsabilità, per cui doveva venir giudicato in base all’art. 58 e non all’art. 51.

MOTIVO SECONDO

Violazione dell’art. 3 del Decreto Presidenziale di amnistia e indulto del 22/6/1945 n° 4.

Al Di Velo è stata negata la applicazione del beneficio di amnistia ostandovi, dice la sentenza la esclusione per “sevizie particolarmente efferate”. Che il Di Velo abbia un carattere prepotente e violento risulta da tutto il complesso delle azione da lui svolte. In tutti i processi che sono passati sotto il crogiuolo delle Corti di Assise Straordinarie abbiamo constatato che parti lese, legittimamente inasprite contro i loro persecutori, hanno nelle loro deposizioni esagerato portando al dibattimento fatti e circostanze delle quali non avevano fatto cenno nello prime denunce. Ciò si spiega per il particolare clima psicologico che è venuto a formarsi dopo la liberazione, e per il desiderio se non di vendetta per lo meno di giustificata reazione dopo tante sofferenze subite. Nei riguardi del Di Velo i testi di accusa hanno cercato tutte le vie per aggravare la sua situazione. In cosa consistono, come vorrebbe la sentenza le sevizie compiute e che avrebbero raggiunta la iperbole ostantiva per la concessione della amnistia? Nell’aver colpito il Cabrelle ad un braccio con la doppia canna di un fucile e di aver ritorto il braccio fratturato, e di avere percosso il Desiderato Nello, quando il teste Molinari ha deposto “il nostro arresto avvenne ad opera di due tedeschi del Di Velo e Segato e tutti cinque siamo stati percossi molto violentemente” in tale caso si può sapere da chi? Perché deve essere stato il Di Velo o altri? E per l’episodio del Desiderato Nello perché non devono essere ritenute attendibili le deposizioni rese dal Gallesso Antonio il quale ha dichiarato in dibattimento che non il Di Velo, ma egli stesso trasse in arresto il Desiderato Nello, e che escluse che il Desiderato fosse dal Di Velo interrogato e percosso? Solo a questi due episodi si riferisce la sentenza per negare la connessione per l’applicazione dell’”(da questo momento risultano mancanti i fogli, ndr.)

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