Archivio di Stato di Padova, Corte d’Assise Straordinaria, b. 868, fasc. sentenza n. 448 su Marzon Bruno et al., f.s., foglio 250

La R. Corte d’Appello di Venezia Sezione Istruttoria Composta dai Magistrati 1. De Carli Comm. Dott. Giulio Presidente; 2. Griet Cav. Uff. Dott. Tommaso Consigliere; 3. Cabini Uff. Dott. Aldo Consigliere

Udita la relazione della causa fatta dal Cav. Dott. Gino in Camera di Consiglio ha pronunziato la seguente ordinanza nella causa del P.M. contro Trevisan Alfredo di Alessandro, Mazzon Bruno di Funo, Di Velo Ascanio di Domenico, Segato Giovanni di Pietro, Simonetto Cesare fu Sante

Imputati del reato di collaborazione con il nemico (…)

Ritenuto in fatto e in diritto Il 18 novembre 1944 veniva catturato in Cittadella da elementi nazi-fascisti, con concorso del Di Velo Ascanio, che prestava servizio alle dirette dipendente dell’Anders (Organizzazione poliziesca germanica) il maestro Zurlo Luigi, le cui sorti sono tuttora avvolte nel mistero. Lo Zurlo era un partigiano, e come tale per ben due volte nell’ottobre 1944 si era recato dal Trevisan Alfredo per chiedergli una sovvenzione in denaro per il movimento clandestino di liberazione. Il danaro veniva rifiutato, e poiché il Trevisan era in rapporti col Mazzon e questi a sua volta col Di Velo, si pose l’arresto dello Zurlo in diretto rapporto con una denuncia partita dallo stesso Trevisan. A Liberazione avvenuta il Comitato di Liberazione Nazionale di Cittadella faceva trarre in arresto tanto il Mazzon che il Trevisan, il quale però veniva quasi subito scarcerato. L’ufficio del P.M. presso la Corte Straordinaria di Assise di Padova, a istruttoria sommaria espletata, ha chiesto che questa sezione istruttoria voglia dichiarare non doversi procedere contro il Trevisan per il reato ascrittogli per insufficienza di prove. Nella sua requisitoria scritta afferma il Procuratore Generale che indagini svolte non sono valse a far luce sulla sorte dello Zurlo né a raccogliere prove convincenti della colpevolezza dei presunti responsabili della delazione. Per converso si sarebbe raggiunta la prova su taluni elementi di fatto che escluderebbero, senz’ombra di dubbio, quanto meno l’intenzione nel Trevisan di aver denunciato lo Zurlo al Mazzon col proposito di dare la sua collaborazione ai fini politici del nemico. Tali elementi sarebbero: 1° Che il giudicabile ha largamente appoggiato moralmente e materialmente l’attività clandestina cospirativa (depos. Sabadin, Giaretta, Farina, Novak, Argenti); 2° Che lo stesso, indiziato di favoreggiamento ai partigiani, subì nel suo domicilio delle perquisizioni e fu anche emesso dalle brigate nere un ordine di arresto contro di lui; 3° che il medesimo non conosceva lo Zurlo, come partigiano, ma sapeva tuttavia che durante l’attuale guerra, quale ufficiale dell’esercito, aveva una volta denunziato un tal Grassello Basilio come denigratore del fascismo, che era stato condannato a 12 anni di reclusione (depos. Cappello). 4° Che lo Zurlo era un petulante, impulsivo e curioso (qualità negative del cospiratore e pericolose per i compagni che cospirano) sicché non poteva il Trevisan seriamente pensare che svolgesse attività partigiana (dep. Sabadin, Cappello). Queste solo premesse imporrebbero il convincimento che – anche a voler dar credito all’accusa – il Trevisan, sapendosi già indiziato dai nazi-fascisti quale favoreggiatore dei partigiani, di fronte a una naturale richiesta di somme per il movimento clandestino, esperita in forma insistente e minacciosa da chi era conosciuto come delatore di chi si era una volta espresso con frasi denigranti il regima fascista, più che perplesso, devesse necessariamente trovare una via di soluzione nell’evidente supposizione di avere a che fare con un agente provocatore. Dunque la sua denunzia al Mazzon – ammesso che vi sia stata sarebbe giustificata dalla intenzione del prevenuto di far credere alle autorità locali che egli non voleva avere a che fare con partigiani e antifascisti. Ma le risultane istruttorie non avrebbero neanche fornito la prova piena che sia stato il Trevisan a denunziare al Mazzon lo Zurlo. Lo stesso Mazzon non sarebbe stato univoco e concorde nelle sue ripetute dichiarazioni. L’equivoco e la discordanza sarebbero vieppiù palesi nel rapporto con le dichiarazioni rese dal Di Velo, specie quando si vorrebbe far credere che fu un tal Rebeschi, ora deceduto, ad essere il vero delatore e provocatore dell’arresto dello Zurlo. D’altra parete il Trevisan era in rapporti col Mazzon, ma questi erano necessari per la particolare posizione politica di costui che poteva muovere a chiunque e allo stesso giudicabile, d’onde l’opportunità di non avere in lui un nemico, se pur non un amico. Peraltro poco credito meriterebbero le affermazioni del Mazzon, uomo senza scrupoli, di bassi sentimenti morali, sleali e avido di denaro, mentre il Trevisan, uomo timido, potrebbe aver ricevuto una visita dal Mazzon, che nel domandarli se aveva dato soldi allo Zrurlo gli avrebbe fatto intendere di esser già a conoscenza del fatto che vorrebbe denunziato dal prevenuto. L’accusa infine mossa da un tal Marchiori Aldo, di aver egli avuto cioè l’incarico dal Trevisan di denunziare al maresciallo delle brigate nere Zapparoli Enrico che si notavano in una certa forza delle segnalazioni luminose eseguite dai partigiani sarebbe irrilevante non avendo una tale denunzia avuto alcun seguito secondo le dichiarazioni dello stesso Marchiori e dello Zapparli che nega anzi di aver ricevuto denunzie del genere. I rilievi del P.M. non possono essere condivisi da questa Sezione Istruttoria. L’accusa contro il Trevisan non è sostenuta soltanto dal Mazzon, che l’ha confermata ben otto volte (v. pagg. 14, 81, 25, 74, 132, 170, 172, 181); ma altresì dalla moglie del Mazzon, Eleonora Rampazzo (v. fogl. 15, 55, 152, 182); dal Di Velo (fol. 179, 180); dal Ghiardini (v. fol. 22, 71, 190); dalla Signora Sgarbossa – Zurlo (v. fol. 35, 138, 159, 187, 199); da MAzzon Vasco (v. fol. 70); da Pierobon Mario (v. fol. 139, 199); da Rebeschini Costante (v. fol. 184), secondo i quali la denunzia sarebbe partita dal Trevisan con la precisa intenzione di nuocere allo Zurlo. Oltre che quest’ultimo anzi il giudicabile avrebbe denunziato anche cinque partigiani inglesi si trovavano in località Calandrine di S. Giorgio in Bosco. D’altra parte la personalità del Trevisan appare dagli atti ben diversa da quella tratteggiata dal P.M. Quest’ultimo infatti non ha tenuto alcun conto dell’esposto del prof. Francesco Mattiello (v. fol. 78), dal quale il prevenuto non solo emerge quale un fanatico fascista repubblicano, ma anche come fazioso e arrogante; del fatto che tra il Trevisan e il Mazzon correvano rapporti molto più intimi e di collimanza politica che quelli vaghi e di opportunità prospettati (v. fol. 78); delle informazioni fornite dal questore di Padova (v. fol. 120) secondo cui l’imputato si arruolò nelle bande nere, ebbe contatti col famigerato Di Velo, venendo successivamente trasferito al comando tedesco della Sonderstad in Teolo; dell’esposto di Marcato Ugo (v. fol. 167) nel quale costui afferma di essere stato arrestato in Padova dai fratelli Trevisan capitanati dal console Cappellini e dal Di Velo. E’ bensì vero che il Trevisan ha avuto numerose testimonianze per dimostrare che egli ha sempre favorito partigiani e sovvenzionato il movimento clandestino di liberazione, ma esse appaiono in buona parte compiacenti, specie quella del Novak, che sarebbe stato genericamente avviato verso il Grappa, senza più utili indicazioni, per incontrarsi coi partigiani. Significative sono le deposizioni del Dott. Giaretta e dell’Avv. Sabadin, i quali non osano escludere il fatto attribuito al giudicabile, ma ritengono aver costui agito senza dolo (v. fol. 8, 185, 200). Appare pertanto opportuno che l’istruzione proceda con rito formale nei confronti di tutti gli imputati all’uopo gli atti al giudice istruttorio di Padova. E che la istruzione formale debba essere eseguito dal giudice istruttore non par dubbio a questa sezione istruttoria. Per i delitti di competenza della Corte d’Assise, come è noto, si procede di norma con istruzione formale (art. 295 c.p.p.), composta dal giudice istruttore (art. 296). Solo in via eccezionale l’istruzione può essere affidata alla sezione istruttoria quando il procuratore generale, con provvedimento insindacabile, richiami gli atti e a quella li rimetta (art. 234 pc.). Poiché adunque la sezione istruttoria possa essere investita dell’istruzione è necessario il concorso di due condizioni: che gli atti siano stati sottratti al giudice istruttore e che una richiesta specifica di istruzione sia stata fatta alla predetta sezione dal procuratore generale. Ciò è confermato dall’art. 297, il quale, deponendo che “la sezione istruttoria presso la Corte di Appello, quando è rivestita dell’istruzione conferisce le funzioni dal giudice istruttore a uno dei suoi componenti”, fa chiaramente comprendere che occorre una investitura, cioè una richiesta specifica. Allorquando si precede con istruzione sommaria, questa anziché dal giudice istruttore, è compiuta dal procuratore del Regno (artt. 389 e 391). Che se l’art. 389, nel suo primo capoverso depone che anche il consigliere istruttore delegato dalla sezione istruttoria deve trasmettere gli atti al Pubblico Ministero, quando, iniziatosi l’istruzione formale, vi sia stata la confessione dell’imputato, non è a dubitare che si riferisca all’ipotesi della istruzione rimessa alla sezione istruttoria a sensi dell’art. 234. Anche nel rito sommario il procuratore generale può, in via eccezionale, avocare a sé l’istruzione, non solo, ma può anche rimettere gli atti alla sezione istruttoria (art. 392) perché questa ne sia investita occorre però una espressa richiesta. Ora l’art. 395 dispone che il procuratore generale, nel caso di avocazione dell’istruzione sommaria ritiene che non si debba procedere anche solo per taluno fra più coimputati, trasmette gli atti con le opportune richieste alla sezione istruttoria, la quale, se le accoglie, pronunzia sentenza con cui dichiara non doversi procedere, altrimenti dispone con ordinanza che l’istruzione sia proseguita in via formale contro tutti gli imputati. Chi debba proseguirla non è specificato; ma si consideri che, per le disposizione id legge citate, la sezione istruttoria, non può sostituirsi al giudice istruttorio, senza una particolare rimessione degli atti da parte del procuratore generale che nell’ipotesi di cui all’art. 395 non v’è rimessione, in quando la richiesta di sentenza di non doversi procedere è atto ben distinto da quella, non può non affermarsi che la prosecuzione dell’istruttoria col rito formale spetti all’organo a tal uopo dalla legge designato. Conferma tale opinione ancora il fatto che, mentre nella disciplina dell’istruzione formale l’art. 388, nel caso di rimessione alla sezione istruttoria, conferisce espressamente al consigliere delegato e alla sezione istruttoria le funzioni del giudice istruttore, nessun richiamo a tale norma è contenuto nell’art. 395. A tale sistema non portano giustificazione né il D.L. Lgt. 22 aprile 1945 N. 142, né quello successivo 5 ottobre n° 625. Entrambi infatti si limitano a disporre che per i reati di competenze delle Corti Straordinarie di Assise si procede sempre con istruzione sommaria (art. 14 e 9 rispettivamente) e che i poteri e le funzioni del procuratore del Regno sono attribuiti agli speciali uffici del Pubblico Ministero di cui agli art. 10 dell’uno e 7 dell’altro: che anzi, escludendo ogni possibilità di avocazione da parte del procuratore generale e quindi di rimessione degli atti alla sezione istruttoria, confermano una volta di più che nell’ipotesi di cui si occupa l’istruzione col rito formale debba essere eseguita dal giudice istruttore. P.Q.M. Ordina che l’istruzione contro tutti gli imputati sia proseguita in via formale. Venezia, 7 dicembre 1945

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