Archivio di Stato di Padova, Corte d’Assise Straordinaria, b. 868, fasc. sentenza n. 448 su Marzon Bruno et al., f.s., allegato senza numero (posizione dei legali di Di Velo)

AVVOCATO ANTONIO TOZZI PIAZZA BIADE – VICENZA – TELEF. 14 Davanti alla Sezione Istruttoria della Corte d’Appello di Venezia (depositata in Cancelleria oggi 30.X.46) Nel processo in corso d’istruzione formalizzata a carico di Di Velo Ascanio, detenuto politico ristretto nella Casa di Pena di Padova, Trevisan Alfredo ed altri (n. 33/45 del Reg. Gen.), imputati di collaborazionismo e reati concorrenti, il sottoscritto difensore di fiducia di Di Velo Ascanio, visti l’art. 372 C.P.P. ed il decreto presidenziale che ha prorogato il termine di legge fino al 6 Novembre 1946, presenta le seguenti MEMORIE ISTRUTTORIE La requisitoria del P.M. che pur si è dimostrato tanto severo censore dell’opera del di Velo – fa giustizia della imputazione che doveva considerarsi la più infamante, cioè la rapina, chiedendo che sia dichiarato non doversi procedere in ordine a tale reato, E’ stata commessa (per un evidente lapsus calami) la formula della richiesta di proscioglimento, ma gli argomenti addotti nella parte motiva della stessa requisitoria non lasciano dubbi che il proscioglimento s’intenda richiesto con formula piena (“perché i fatti ascritti non costituiscono reato”). Tale è infatti l’interpretazione della frase: “Il reato di rapina invece non sussiste, non essendovi la prova che il di Velo abbia voluto assicurare a se stesso o ad altri un ingiusto profitto”; trattasi dunque di una mancanza totale, assoluta, di prove, non di una insufficiente (art. 378 C.P.P.). Né diversamente potevano essere valutate delle operazioni di mera polizia economica, consistenti nella requisizione di merci ed oggetti illegalmente detenuti e sottratti al normale consumo; operazioni – che- nell’interesse della collettività – vengono svolte in ogni tempo e sotto qualsiasi regime. Resta dunque da prendere in considerazione l’imputazione di collaborazionismo, con i due reati concorrenti minori: sequestro di persona e lesioni personali. A proposito di questi due ultimi reati, deve però farsi subito un rilievo che appare decisivo ed assorbente d’ogni altra considerazione: i fatti ivi contemplati sarebbero comunque dei mezzi attraverso i quali si configura il reato maggiore, cioè il reato complesso di collaborazionismo: e gli stessi fatti che sono considerati come elementi costitutivi o come circostanze aggravanti di un reato, non possono essere nel contempo considerati come reati a sé stanti (art. 84 C.P.). Ecco perché, in sostanza, l’esame si limita alla imputazione di collaborazionismo per la quale – a sua volta – la via è notevolmente spianata dal decreto d’amnistia 22/6/1946 n. 4. Infatti l’art. 3 di questo decreto concede l’amnistia per tutti i reati di collaborazionismo – anche grave – fatta solo eccezione per sei casi, che sono pertanto considerati come fatti ostativi all’applicazione dell’amnistia stessa. Di tali fatti ostativi, due ci interessano, in quanto rubricati nel libello d’accusa a carico del Di Velo: lo “scopo di lucro” e le “sevizie particolarmente efferate”. Invano però si cercherebbe, in tutto il voluminoso fascicolo, un qualsiasi accenno che possa far trasparire una azione interessata – cioè a fine di lucro – compiuta dai Di Velo. La contestazione di questo fine di lucro poteva reggere fintantoché veniva mantenuta l’imputazione di rapina; ma – caduta questa, per la stessa equanime iniziativa della Pubblica Accusa, come sopra fu rilevato – cessa di avere qualsiasi fondamento anche la circostanza dello scopo lucrativo, che era evidentemente ed intimamente collegata alla imputazione del reato concorrente di rapina. Se, ciò nonostante, la contestazione del fine di lucro si regge ancora nella imputazione, ciò si deve ad una svista, oppure al fatto che l’imputazione di collaborazione è stata elevata congiuntamente al Mazzon, al Di Velo ed al Segato; e – se, per questi due ultimi, caduta l’imputazione di rapina, nessun’altra ne rimane che possa configurare un fine lucrativo – diversa si presenta la posizione del Mazzon, per il quale la requisitoria del P.M. ha escluso l’imputazione di furto ma ha mantenuta quella di truffa e di estorsione. – Quindi la contestazione del fine di lucro potrà, allo stato degli atti, riferirsi al Mazzon, ma non più al Di Velo né al Segato. Resta da prendere in esame l’altra contestazione (“sevizie particolarmente efferate”) che costituirebbe l’unico ostacolo alla applicazione dell’amnistia. Orbene, sarebbe ingenuo da parte della difesa negare che il Di Velo sia un carattere alquanto prepotente e violento, dal momento che così risulta dal complesso delle carte processuali. Ma non si possono d’altronde omettersi due considerazioni essenziali: la prima riguarda la situazione psicologica dei denunzianti, i quali – sorretti anche dal clima politico particolarmente favorevole alle vendette ed alle azioni persecutorie – hanno spesso calcato la mano nelle accuse accarezzando l’idea di apparire dei martiri o degli eroi e di trarne i relativi vantaggi; all’altra considerazione è di natura giuridico-letterale, e riguarda la definizione di “sevizie particolarmente efferate” ed il loro inquadramento nello spirito di pacificazione e di distensione generale che animato la promulgazione del vasto provvedimento di amnistia. Il Manzini, che – per la parte avuta nella compilazione dei Codici Penali – ne costituisce quasi una interpretazione autentica, definisce le “sevizie” come “atrocità tormentose”, ed a sua volta dal vocabolario del Melzi si apprende che è atroce ciò “che fa orrore” e che tormentoso significa “straziante”. Efferato poi significa “d’animo ferino”. Ma non basta ancora: le sevizie efferate devono esserlo anche “particolarmente”, vale a dire “intensamente efferate”. E’ questa l’esatta interpretazione giuridico-letterale della frase “sevizie particolarmente efferate”, previste come fatto ostativo al’applicazione dell’amnistia. Non bastano dunque le percosse (anche se violente), non bastano le lesioni, non bastano i maltrattamenti; non si ha neppure riguardo agli effetti, cioè alle infermità che possono derivare dall’azione dell’imputato: si ha riguardo invece alle modalità dell’azione stessa ed allo spirito che l’ha animata. E’ ovvio che neppure la più semplice percossa viene inferta con spirito di benevolenza, perché chi nutre benevolenza verso una persona non le torce un capello; e non per questo percossa può dirsi sinonimo di sevizie. Perché si abbiano sevizie particolarmente efferate, occorre che l’agente abbia messo in opera dei mezzi abnormi, quali può concepire un animo assolutamente ferino, che impongano alla vittima un tale strazio il cui solo racconto desta orrore. La concezione di queste azioni deve quindi partire da uno spirito che ha perduto tutti gli attributi dell’umanità per assumere quelli più bestiali e ripugnanti. Questa non è solo una interpretazione personale – del restio giuridica e letterale strictu sensu – ma è anche conforme al principio animatore del vasto provvedimento di amnistia del giugno scorso: solo così possono essere attuate quella distensione e quella pacificazione che costituiscono il fine ultimo del provvedimento. La catastrofe e gli svolgimenti che si sono succeduti in Italia in questi ultimi anni hanno diviso gli animi, hanno reso dubbiose e titubanti tante persone, ed è quindi comprensibile che ci siano stati molti che hanno ritenuto che la salvezza – o almeno la minor calamità – per la Patria, fosse dalla parte opposta a quella seguita dagli altri; e l’esperienza di certi recedenti consessi internazionali ha purtroppo ammonito che dallo straniero, comunque denominato, ben poco c’è da sperare, perché dalle promesse al loro mantenimento…corre troppa acqua. Ecco quindi un nuovo motivo di unione interna, di superamento di ogni dissidio. Il criterio informatore del Decreto d’Amnistia deve essere integrato nell’applicazione pratica dall’intelligente opera della Magistratura, e nel caso specifico delle sevizie l’applicazione del beneficio deve essere negata solo quando trattisi di vere e proprie “sevizie”, e siano esse anche “particolarmente efferate” nel senso sopra esposto. La guerra, purtroppo, non e una manifestazione di civiltà, e tanto meno la guerra civile. Di maltrattamenti, che potrebbero anche rivestire la qualità di “sevizie particolarmente efferate”, quanti non ne furono commessi anche dalla parte che è ora al potere, sia ad opera delle formazioni del periodo cospirativo, sia ad opera di autorità giunte ai posti di comodo impreparate e cariche di odio, specie nel primo periodo successi alla fine delle ostilità? Avvalendosi del mezzo legalmente concesso (amnistia), si ponga una pietra su questo triste passato, e che ne trarrà vantaggio sarà prima e soprattutto la collettività. Non resta ora che da prendere brevemente in esame il carteggio, per mettere in evidenza che l’opera – che non si vuol certamente definire encomiabile – del Di Velo non configura peraltro l’ipotesi di quelle “sevizie particolarmente efferate” che precludono l’applicazione dell’amnistia”. Cominciamo dal Leso Paolo, che lamenta di aver subìto percosse che gli cagionarono la perdita di otto denti. Potremmo ripetere che non si deve aver riguardo agli effetti, bensì alle modalità dell’azione, e che il Leso non ha narrato alcun episodio straziante, che desti orrore al solo racconto. Ma è poi vero il fatto degli otto denti? Per ottenersi un tale effetto non si sarebbe dovuto rilevare anche qualche traccia esterna? Viceversa il Leso non ha neppure sentito la necessità di farsi curare subito; ha atteso due mesi (dal Novembre 1943 al Gennaio 1944), per poi recarsi da un dentista a Perugia – così dice lui – senza nemmeno farsi fare un certificato: eppure questo dentista avrebbe rilasciato volentieri un tale documento, perché non era un nazi-fascista, bensì un ebreo!! E poi, come il Leso può dire di aver perduto i denti, se più sotto – allo stesso foglio (n° 304) – dice di esserseli fatti “murare”? In questa seconda versione egli è certamente più nel vero, dato che il perito Prof. Soprana in tutta la mascella superiore e nell’arcata inferiore di destra ha trovato mancante un solo dente (il primo molare superiore di destra); mentre dice che nell’arcata inferiore di sinistra i due premolari ed i due primi molari “sono in parte coperti ed in parte sostituiti”. Dunque devesi escludere tassativamente, dalle risultanze di perizie, la denunciata mancanza di otto denti; altri denti sono stati constatati ricoperti ma non mancanti. Che poi un individuo di 36 anni sia mancante di due o tre denti, e con qualche altro otturato, è una cosa normalissima; né d’altronde la colpa può farsi risalire al DI Velo, dato che il perito conclude che “non è possibile stabilire quale fosse lo stato anteriore”. Ma infine – altra grave incertezza – è stato proprio il Di Velo a percuotere il Leso, sì da determinargli qualche imprecisata conseguenza alla dentatura (non la denunciata insussistente caduta di otto denti)? Non lo sa neppure il Leso, il quale – lamentando di essere stato percosso anche con un nervo di bue – in un confronto col Di Velo dice: “Mi pare fosse adoperato proprio da voi”; ma subito aggiunge: “Anche altra persona assieme mi picchiava” (foglio 417). Quale dunque fu la parte svolta dai Di Velo, e quale quella svolta dall’altra persona? Tutto è avvolto in una nebulosa d’incertezza; una sola cosa è certa, che la maggior parte dei denti che il Leso dichiarava di aver perduto si trovano ancora nella sua bocca mentre, per quelli mancanti od otturati, non ne è stata precisata la causa, e tanto meno fu possibile stabilire lo stato anteriore all’evento denunciato. Altro episodio: i cinque arrestati di Limena (per porto abusivo di armi) uno dei quali – tale Molinari – narra che tutti e cinque furono percossi, ed il compagno Cabrelle avrebbe avuto anche un braccio spezzato. Ma lasciamo la parola al Molinari: “Il nostro arresto avvenne ad opera di due tedeschi e dei Di Velo e Segato. Tutti e cinque siamo stati percossi molto violentemente, in particolare il Cabrelle Gino, che ebbe un braccio spezzato” (foglio 342), Orbene “”…Siamo stati percossi….ebbe il braccio spezzato…”; ma da chi? Dai due tedeschi? Dal Di Velo? Dal Segato? Questa è la prima irrisolvibile incognita. La seconda è costituita dall’asserita rottura del braccio del Cabrelle, il che pure non può essere controllato, perché purtroppo del Cabrelle non si hanno più notizie. Su questi vaghi elementi si dovrebbe fondare l’esclusione dell’amnistia? Fra l’altro, bisognerebbe disattendere il vecchio e tradizionale canone “in dubbio pro reo”. Marchetti Gino è un altro che si lamenta di essere stato percosso dal Di Velo, e dice di essere guarito in venti giorni (foglio 348); ma il perito Prof. Soprana, riscontrando una “molto modesta” limitazione di funzionalità del rachide, afferma che “non vi sono elementi obbiettivi per dichiararne l’origine traumatica”. Del resto, dalle semplici percosse alle sevizie particolarmente efferate la strada è lunghetta anzichènò. Né più attendibile è il rilievo del P.M. che le sevizie (morali) sarebbero consistite nella minaccia di fucilazione; la quale – benché grave (art. 612 capov. C.P.) – non cessa di essere soltanto una minaccia. Un amico e copaesano del Marchetti è Bernardi Guerrino, il quale dice: “fui interrogato e picchiato molto forte dal Di Velo e da un maresciallo dell’Aeronautica che non so chi sia”. Anche qui il solito rilievo: le percosse non sono sinonimo di sevizie. E poi, le percosse più forti furono opera dei Di Velo, oppure del maresciallo dell’Aeronautica? Anche tale Gomiero Gino da Albignasego denuncia di essere stato arrestato, tradotto a Padova e percosso dal Di Velo, unitamente a tale Soranzo. Questo fatto però è recisamente negato dal Di Velo (foglio 413); e di ciò devesi tenere serio conto, tanto più che ci si trova di fronte ad un imputato che ha dimostrato in più occasioni di saper assumere le proprie responsabilità relativamente alle azioni contestate cui ha effettivamente preso parte. Bisogna dunque credere che il Gomiero e compagni siano caduti in errore quando hanno accusato il Di Velo. Anche qui, del resto, tratterebesi di semplici percosse; e non ha rilevanza il fatto segnalato, che il Gomiero – preso da paura – abbia finito per soddisfare i suoi bisogni. La paura era giustificata dalla coscienza del pericolo che correva chiunque fosse sorpreso a tener nascosti prigionieri di guerra, non per le percosse subìte ad opera di persona ignota, erroneamente identificata nel Di Velo. Non si ritiene il caso di prendere partitamente in esame anche tutti gli altri fatti – di ancor minor rilievo giuridico – denunciati a carico del Di Velo, relativamente ai quali di maggior evidenza appare che non sussiste alcun motivo che possa precludere l’applicabilità dell’amnistia. La difesa pertanto confida che la Ecc.ma Corte vorrà emettere una pronuncia di stretto diritto; una pronuncia, cioè, che esattamente interpretando ed applicando le norme e lo spirito del decreto di amnistia, superi ogni prevenzione politica e concorra alla auspicata distensione degli animi. Venezia, li 26 Ottobre 1946. Il difensore – Avv. Antonio Tozzi

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