Sentenza n. 445 della Corte d’Assise Straordinaria

(Da Gabriele Coltro, I crimini di Salò. Venti mesi di delitti della Repubblica Sociale nelle sentenze della Corte d’assise straordinaria di Padova, goWare edizioni, 2020)

Sentenza n. 445 del 27 dicembre 1946, presidente Orazio Di Mascio, giudice a latere Adolfo Martino, giudici popolari Gastone Brusamolin, Secondo Luise, Giovanni Tassan, Giulio Germani, Alessandro Buia, pubblico ministero avv. Dino Sequi, cancelliere Attilio Babolin.

CURSIO RAFFAELE, di Raffaele e di Vigilante Lucia, nato a S. Marco in Lamis (Foggia) il 05.01.1920

CALLEGARO PRIMO, fu Domenico e di Ferrato Marcella, nato a Monselice (Padova) il 30.07.1911

imputati

A) di collaborazione col tedesco invasore (art. 1 Dll 22.04.1945 n. 142 in relazione all’art. 5 Dll 27.07.1944 n. 159 e art. 51 Cpmg) per avere, in epoca successiva all’8 settembre 1943, in Monselice e altrove, nelle rispettive qualità di ufficiale e graduato della Gnr, commesso fatti diretti a favorire le operazioni militari del nemico nuocendo a quelle delle Forze Armate dello Stato italiano, partecipando a rastrellamenti, arresti e perquisizioni in danno di elementi della resistenza, sottoponendo gran parte di essi a sevizie prolungate ed efferate ed in particolare il Cursio cagionando la morte del partigiano Orlandini Girolamo;

CURSIO:

B) di omicidio (art. 575 Cp) per avere, la sera del 30 ottobre 1944, in Galzignano, cagionato con più colpi di arma da fuoco la morte del dott. Orlandini Girolamo, che decedeva a Torreglia in seguito alle ferite riportate il 4 novembre successivo;

C) di omicidio (art. 575 Cp) per avere, il 22 dicembre 1944, lungo la strada da Solesino a Sant’Elena d’Este cagionato con arma da fuoco la morte di Santi Pietro di Vittorio;

D) di omicidio (art. 575 Cp) per avere, il 12 ottobre 1944, in Monselice, cagionato con arma da fuoco la morte di Carta Antonio;

E) di danneggiamento aggravato (art. 635 Cp) per avere, il 22 ottobre 1944, in Monselice, con violenza alle persone distrutto con le fiamme e disperso la mobilia della casa di abitazione di Zerbetto Sergio;

F) di sequestro di persona aggravato continuato (artt. 81, 605, 61 n. 4 Cp) per avere in Monselice ed altrove, con più atti esecutivi del medesimo disegno criminoso, privato della libertà personale Forlin Orlando, Scarparo Fedora, Tognin Fortunato, Piva Angelo, Tognin Giovanni, Augusto ed Enrichetto, Bregolin Primo, Sattin Bruno, Spagna Luisa, Miotto Vittorio ed altri, adoperando sevizie ed agendo con crudeltà verso di essi;

CALLEGARO:

G) di sequestro di persona continuato aggravato (artt. 81, 605, 61 n. 4 Cp) per avere, in Monselice ed altrove, con più atti esecutivi del medesimo disegno criminoso, privato della libertà personale Girotto Clemente, Biasiolo Silvio, Temporin Armando ed altri, adoperando sevizie ed agendo con crudeltà verso di essi;

CURSIO E CALLEGARO:

H) di concorso in tentato omicidio (artt. 110. 56, 575 Cp) per avere in concorso tra loro, il 12 agosto 1944, in Monselice, allo scopo di cagionare la morte di Capuzzo Guglielmo, colpito il medesimo con diversi colpi di arma da fuoco, non raggiungendo l’intento per cause indipendenti dalla loro volontà;

I) di concorso in rapina aggravata e continuata (artt. 110, 81, 628 Cp) per essersi, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, in concorso tra loro e per procurarsi un ingiusto profitto, impossessati con violenza, il 18 ottobre 1944, in Monselice, di coperte di lana, 12 paia di calze da uomo, 8 metri di stoffa, 2 paia di pantaloni, 3 bluse ed altro, ed il 21 ottobre 1944 delle somme di lire 555.000 e di lire 42.000, sottraendo il tutto rispettivamente a Girotto Luigi, Ponchia Danilo e Sturaro Giuseppe;

L) di concorso in sequestro di persona continuato aggravato (artt. 110, 81, 605, 61 n. 4 Cp) per avere in concorso fra di loro, in Monselice ed altrove, con più atti esecutivi del medesimo disegno criminoso, privato della libertà personale Capuzzo Guglielmo, Sturaro Giuseppe, Ponchia Danilo, Moro Luigi e Giuseppe, Forlin Orlando, Guglielmo, Bruno, Giorgio e Angelo, Barollo Alessandro, Bergamasco Antonio, Fasolato Guglielmo, Schivo Ettore, Sattin Rino, Pegoraro Primo, nonché i garibaldini di Monselice fra cui Bernardini Alfredo e Tiberio, Baveo Ottavio, Sartori Idelmino, Gagliardo Tranquillo, Gialain Danilo, Rebotti Radames, Girotto Dante e Luciano [figli di Luigi Girotto, NdA], che furono tutti deportati in Germania donde essi non hanno fatto ritorno, agendo con crudeltà ed adoperando sevizie prolungate ed efferate verso gli arrestati; per tutti gli imputati e per tutti i reati concorrenti con l’aggravante di avere profittato di circostanze di tempo e di luogo atti ad ostacolare la pubblica e privata difesa. (omissis) La Corte ha ritenuto prendere anzitutto in esame le imputazioni comuni ai due imputati in ordine al delitto di tentato omicidio e di rapina continuata. Quanto alla prima imputazione […] si sono avute testimonianze scarse di numero e poco precise. Il teste Capuzzo Giobatta, che nella sua denunzia aveva asserito che quattro militi avevano contemporaneamente sparato contro il figlio Guglielmo che non si era fermato all’intimazione dell’alt, e lo avevano ferito con due pallottole, in istruttoria depose che a ferirlo erano stati il Cursio e il Callegaro; all’udienza precisò di ignorare ogni circostanza relativa al fatto di scienza propria, ma di averla appresa da vicini di casa senza poter precisare il loro nome. Il Capuzzo Guglielmo, che non si è potuto sentire in dibattimento perché attualmente trovasi in Belgio, dichiarò in istruttoria che a ferirlo fu il Callegaro; ma a parte che tale dichiarazione non poté essere confermata con giuramento, si dubita che il Capuzzo abbia potuto individuare chi veramente l’abbia ferito dato che egli fu colpito mentre fuggiva inseguito da quattro militi fra i quali vi erano il Callegaro e il Cursio. Girotto Clemente che era con il Capuzzo Guglielmo quando questi fuggì, in udienza affermò che a sparare fu il Cursio. Tali contrastanti dichiarazioni, di fronte alle dichiarazioni recise degli imputati che hanno costantemente negata ogni loro partecipazione alla sparatoria, hanno generato dei dubbi circa la colpevolezza di entrambi gli imputati, che ha ritenuto perciò di dover assolvere per insufficienza di prove. Altra imputazione comune è quella di rapina, concretata da due fatti: uno in danno dei cognati Sturaro Giuseppe e Ponchia Danilo, l’altro in danno di Girotto Luigi. Dalla prima rapina il Collegio ha ritenuto di dover assolvere gli imputati per insufficienza di prove. Infatti, se è risultato che per dichiarazione del teste Sturaro Giuseppe che il 21 ottobre 1944 una squadra di militi, comandata da certo capitano Meneghini [Gaetano, NdA] e fra i quali erano anche il Cursio e il Callegaro, lo trasse in arresto, e con violenza si impossessarono di lire 42.000 di sua proprietà, nonché di lire 555.000 del cognato, il Cursio e il Callegaro hanno dichiarato che fu il Meneghini a sequestrare le somme, perché erano fondi del Comitato di liberazione, e dette somme furono regolarmente versate al comando di Padova. La difesa ha prodotto una dichiarazione dell’ex comandante della Gnr di Padova, colonnello Bernardi [Alessandro, NdA], che afferma come effettivamente quelle somme sequestrate vennero consegnate al capo della Provincia dietro specifica richiesta dello stesso. Ha dubitato il Collegio che effettivamente le somme siano state sequestrate, anziché allo scopo di trarne profitto, allo scopo di privare il movimento cospirativo di denaro che sarebbe stato naturalmente impiegato contro il tedesco e i fascisti […]. Viceversa il Collegio ha ritenuto sufficientemente provata a carico di entrambi gli imputati l’altra rapina […]. La denunzia del Girotto, confermata in istruttoria e al dibattimento, non lascia dubbio sull’attività criminosa dei due imputati. Essi il 18 ottobre 1944 si presentarono nella casa del Girotto con vari altri militi armati; e minacciando il teste e i familiari, legarono i suoi due figli Dante e Luciano (poi deportati in Germania e non più tornati). Il giorno dopo Cursio e Callegaro con gli altri militi, e sempre minacciando con le armi, tornarono a casa Girotto, perquisirono l’abitazione asportando tutti gli oggetti elencati in rubrica. Da tale elenco si evince che tali oggetti, in così modesto numero che potevano appena rappresentare lo stretto bisognevole di una modestissima famiglia, furono evidentemente sottratti per un personale profitto, non avendo il più lontano riferimento a cause politiche […]. Lo stesso Cursio ha ammesso di avere, a richiesta della moglie del Girotto, restituito a costei il suo unico vestito […]. Possono ora valutarsi le risultanze istruttorie e dibattimentali in ordine ai vari delitti di omicidio dei quali il Cursio è chiamato personalmente a rispondere. Egli nega la sua partecipazione a tali delitti, ma prove univoche e concordi dimostrano pienamente tale partecipazione. L’episodio relativo all’uccisione del dottor Orlandini […]. L’autore della raffica di fuoco […] deve identificarsi senza dubbio alcuno nel Cursio: tanto affermarono sempre recisamente le figlie del Celadin, Gemma e Lina, presenti all’episodio, che fuggirono spaventate; tanto confermò senza mai smentirsi il teste Fortin Augusto che fu tra i catturati in quell’episodio. Il Cursio, pur ammettendo di aver preso parte all’operazione della cattura dei patrioti in casa Celadin, negò di avere sparato sull’Orlandini, affermando che autore del ferimento era il primo milite entrato nella casa: la sua affermazione è smentita pienamente dal teste Fortin, il quale nel dibattimento confermò con giuramento di avere con tutta sicurezza identificato nel Cursio la persona che per prima entrò in cucina e che sparò contro il dottor Orlandini […]. Le due sorelle Celadin nel dibattimento hanno confermato tutte le loro precedenti dichiarazioni […]. È opportuno ricordare che […] esse identificarono nel Cursio lo stesso giovane coi baffetti neri e soprabito chiaro con berretto che aveva sparato sul dottor Orlandini. Non ebbero mai esitazione in tale loro identificazione. Lo affermarono sempre ai carabinieri, in istruttoria, alla vedova del medico Pittarello Lina, al teste Foccato Mario, allora fidanzato della Celadin Lina che confermò la sua deposizione in dibattimento, dichiarando che le due sorelle subito dopo il fatto, dopo che egli provvide a trasportare il dottore ferito, gli riferirono che era stato solo il Cursio a sparare contro il povero Orlandini. Ma vi è di più: i testi Scarparo Fedora, Temporin Armando e Miotto Vittorio deposero di avere appreso dallo stesso Cursio durante la loro detenzione come aveva egli sparato nella casa dei Celadin; che i suoi dipendenti esaltavano il coraggio e la presenza di spirito del Cursio e che si fecero festeggiamenti per la sua promozione a maresciallo dovuta appunto a quell’operazione. Non ritiene il Collegio occorrano altri rilievi a giustificare la sua convinzione della piena colpevolezza del Cursio in ordine a tale omicidio. Né può porsi in dubbio che oltre al fatto materiale di avere egli sparato, sia implicitamente provata la volontà omicida per la breve distanza alla quale i colpi furono sparati, pel fatto stesso che tanto era sicuro di avere ucciso il dottor Orlandini che neppure si curò di constatarne la morte, ma soltanto il mattino dopo tornò coi suoi militi per asportarne il cadavere. Il Cursio ha costantemente negato anche l’omicidio del Santi Pietro […], secondo il Cursio ricercato perché colpito da un mandato di arresto per reati contro la proprietà. Percorrendo la strada da Solesino a Sant’Elena d’Este in bicicletta, si imbatté in una pattuglia comandata dal Cursio. Gli fu intimato l’altolà ed avendo tentato di fuggire fu fermato da una prima raffica di mitra, sparata pare da certo Montini, che lo colpì alle gambe. Caduto a terra fu avvicinato dal Cursio, il quale gli impose di farsi il segno della croce, ed avendo quegli rifiutato, forse atterrito, fece lui il segno e poi a bruciapelo lo colpì con una raffica d’arma da fuoco alla testa. Esiste in atti una perizia cadaverica del 23 dicembre 1944 che rilevò appunto sul cadavere del Santi una ferita d’arma da fuoco al terzo inferiore della tibia destra (la ferita che lo gettò a terra dalla bicicletta) e tre ferite d’arma da fuoco alla testa. Il Cursio ammette che egli era il comandante della pattuglia che era alla ricerca del Santi, ma nega di avere partecipato comunque alla sua uccisione, anzi afferma che ad ucciderlo fu un milite di un’altra pattuglia. È sintomatico però il fatto che – pur ammettendo che come capo pattuglia dovette redigere pei superiori un rapporto sul fatto – non ha saputo indicare il nome dell’uccisore, e dichiarò prima che era stato un milite a lui sconosciuto, poi di non ricordarne il nome. Sta in fatto che vari testimoni hanno deposto con giuramento di avere appreso o dallo stesso Cursio o dal Montini che il fatto avvenne come sopra narrato. Sull’episodio ha deposto anche un teste oculare (Sacco Luigi) che in dibattimento ha affermato con giuramento come la uccisione del Santi avvenne per opera del Cursio nelle precise circostanze sopra narrate. Date tali risultanze la Corte ritiene di dover affermare la piena colpevolezza del Cursio in ordine all’omicidio del Santi […]. Infine il Cursio è chiamato a rispondere anche di un terzo omicidio in persona di Carta Antonio. Il Cursio respinge anche l’accusa di tale omicidio. Egli in dibattimento confermò quanto aveva affermato in istruttoria e cioè che il Carta era un rapinatore colpito da mandato di cattura e che egli il 12 ottobre 1944 con altri militi si recò nella casa del Carta per arrestarlo e lo catturò; che mentre operava una perquisizione domiciliare rinvenendo della refurtiva, sentì un colpo d’arma da fuoco e affacciatosi al balcone seppe che il Carta era stato ucciso perché aveva tentato di fuggire. Ma i testi presenti al fatto hanno deposto in istruttoria e al dibattimento circostanze precise che convincono pienamente il Collegio della colpevolezza del Cursio anche in ordine a questo terzo omicidio. La moglie dell’ucciso, Bortoletto Amelia, afferma che il 12 ottobre 1944 il Cursio e vari militi fecero irruzione nella sua casa, ove si trovavano oltre al marito altre quattro persone, oltre a certo Furlan Guerrino, e intimarono a tutti, puntando le armi, di uscire fuori dalla casa; in quel frattempo il Furlan riuscì a fuggire, e allora il Cursio domandò al Carta chi fosse colui che era fuggito. Rispose il Carta di non conoscerlo, e allora il Cursio gli diede uno schiaffo e ordinò a quattro suoi sgherri di “metterlo al muro” e subito fu fucilato al muro della sua propria casa. Tali circostanze vennero pienamente confermate dalla teste Marigo Ermenegilda e dal teste Zerbetto Umberto indirettamente, in quanto anch’egli intese la frase “mettetelo al muro” e sentì poi subito la scarica di mitra che uccise il Carta. Per le su esposte risultanze processuali il Collegio ritiene la piena colpevolezza del Cursio in ordine ai tre delitti contestatigli in rubrica. È peraltro di avviso che la rubrica debba essere modificata e che il Cursio per tale sua attività criminosa, date le circostanze nelle quali i tre omicidi avvennero e le loro modalità, debba rispondere anziché di tre distinti reati, di omicidio aggravato continuato, dovendo i tre omicidi considerarsi come esecuzione di un medesimo disegno criminoso; chiaro essendo che il Cursio aveva prefisso di eliminare gli sbandati e i partigiani che gli fossero capitati nelle mani. I brutali omicidi da lui compiuti dimostrano la malvagità sanguinaria del suo animo e il Collegio crede di dover respingere ogni richiesta della difesa per concessione di attenuanti generiche, nessuna circostanza di fatto o considerazione in merito a tali delitti potendo giustificare tale beneficio […]. Non può parlarsi per nessuno dei tre omicidi di un eventuale uso legittimo delle armi da parte del Cursio, giacché sta in fatto che non è in alcun modo risultato, ed anzi è stato tassativamente escluso dai testi, che sia il povero dottor Orlandini, sia il Santi, sia il Carta si siano ribellati all’intimazione e abbiano comunque fatto uso di armi allorché il Cursio procedeva alla loro cattura […]. Ogni omicidio è stato compiuto senza necessità alcuna […] che giustificasse la sanguinaria attività del Cursio […]. Che il Cursio, infine, debba rispondere del delitto di collaborazione col tedesco invasore, e nella forma più grave di collaborazione militare, non può dubitarsi. Numerosi testi hanno confermato la multiforme attività del Cursio esplicatasi in rastrellamenti, perquisizioni, catture di patrioti e di sbandati. Lo stesso Cursio non ha potuto negare tale attività, pur giustificandosi col fatto di aver dovuto obbedire ad ordini superiori e di aver agito sempre in seguito a regolari mandati di cattura. Ma, a parte la considerazione che di quanto egli afferma non ha dato la minima dimostrazione, e che anche quanto egli fece in occasione dei tre omicidi dimostra com’egli agì di propria iniziativa, sta in fatto che numerose persone da lui arrestate, le ripetute e particolarmente efferate sevizie da lui usate ai detenuti da lui stesso sottoposti ad interrogatorio, dimostrano con quanto zelo e spontaneità egli collaborasse col nemico […]. Di numerose catture di partigiani si rese colpevole il Cursio, e principalmente di quella di 29 partigiani del gruppo garibaldino di Monselice che, arrestati il 18 ottobre 1944, furono quasi tutti deportati in Germania e ben otto di essi morirono colà fra stenti e martiri. Egli quindi prestò un vero e proprio aiuto militare al nemico invasore. Che fosse poi un feroce seviziatore delle persone da lui catturate risulta da numerose testimonianze. Il Forlin afferma che, tratto in arresto, fu dal Cursio nella caserma di Monselice spietatamente percosso a sangue con pugni e col calcio della pistola e del moschetto; lo stesso afferma il teste Bregolin Primo; il teste Temporin Armando afferma che il Cursio, oltre ad altri tormenti, applicava la corrente elettrica ai lobi degli orecchi e alla lingua e che vide degli individui ridotti in pessime condizioni. La dottoressa Spagna [Luisa Spagna, veterana delle staffette della brigata “Negri”, NdA] depose che il Cursio usava sevizie e che essa stessa, arrestata, vide il partigiano detenuto Miotto Vittorio grondante sangue e ridotto in condizioni pietose. Il Miotto, infatti, narra che dopo averlo ripetutamente percosso gli misero le manette e il Cursio gli applicò otto o dieci volte la corrente elettrica che gli produsse diffuso malessere; poi, denudato dalla cintola in giù, fu ripetutamente percosso dal Cursio e da altri fino a che il suo corpo perdette ogni sensibilità. E l’elenco dei torturati e delle torture potrebbe continuare per molti altri ancora, come risulta dalle deposizioni istruttorie e dibattimentali […]. PQM Modificata la rubrica nel senso che le varie imputazioni di sequestro di persona sono assorbite nel maggior delitto di collaborazione e che le tre distinte imputazioni di omicidio a carico del Cursio costituiscono unica imputazione di omicidio aggravato continuato, dichiara Cursio Raffaele colpevole di collaborazione e di omicidio aggravato continuato, nonché di rapina in danno di Girotto Luigi e lo condanna complessivamente alla pena dell’ergastolo e lire 10.000 di multa con le conseguenze di legge. Ordina la confisca di un terzo del patrimonio. Dichiara, in applicazione del condono, commutata la pena dell’ergastolo in anni 30 di reclusione […]. Dichiara Callegaro Primo colpevole della rapina in danno di Girotto Luigi e lo condanna alla pena di anni 5 di reclusione e lire 10.000 di multa. Condanna in solido il Cursio e il Callegaro alle spese processuali. Assolve Cursio Raffaele dal delitto di danneggiamento aggravato, nonché Cursio e Callegaro Primo dal tentato omicidio di Capuzzo Guglielmo e dalla rapina in danno di Ponchia e Sturaro per insufficienza di prove. Dichiara non doversi procedere contro Callegaro Primo in ordine al delitto di collaborazione per estinzione del medesimo a seguito di amnistia.

23.01.1948 – la Cassazione respinge il ricorso di Cursio Raffaele e dichiara amnistiata la pena inflitta a Callegaro Primo

03.02.1994 – la Corte d’appello dichiara commutata in 10 anni di reclusione la pena inflitta a Cursio Raffaele e dichiara condonati anni 4 e mesi 4 di reclusione, sottoponendolo alla libertà vigilata per anni 3

23.10.1994 – la Cassazione annulla l’ordinanza della Corte d’appello rideterminando in anni 10 di reclusione la pena da espiare da Cursio

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