Archivio di Stato di Padova, Corte d’Assise Straordinaria, b. 866, fasc. sentenza n. 445 su Cursio Raffaele e Callegaro Primo, foglio 199 e seguenti

INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO L’anno 1946 e questo dì ventitrè del mese di luglio in Padova Avanti di Noi Dott. Avv. Dino Segni Pubblico Ministero Presso la Corte Straordinaria d’Assise di Padova assistiti dal Segretario sottoscritto; E’ comparso l’imputato sottoindicato il quale viene da noi invitato a dichiarare le proprie generalità ammonendolo delle conseguenze cui si espone chi si rifiuta di darle o le dà false. L’imputato risponde: Sono e mi chiamo Cursio Raffaele, di Raffaele, e di Vigilnte Lucia, nato a S. Marco in Lamis (Foggia) il 5 gennaio 1920 e domiciliato a Monselice, impiegato, coniugato, alfabeta, ha militato, non (?) possiede, incensurato. Mi difende di fiducia l’avv. Bianco. Interrogato circa l’uccisione del dottor Orlandini, risponde = Il pomeriggio del giorno 30 ottobre 1944, io, il capitano Meneghini e il brig. Rinaldi ci portammo alle S.D. tedesche per perorare il rilascio di trenta giovani di Monselice, arrestati dalla g.n.r. di Monselice, perché aderenti al moviemnto clandestino e consegnati dal prefetto Menna ai tedeschi, nonostante l’intesa intercorsa con noi di avviarli alle armi. Per ottenere tale rilascio, informammo le anzidette S.D. che certo Alfio Rossi, da noi arrestato il 17 dello stesso mese aveva palesato, tra l’altro, la località nella quale agiva il comando del IV Battaglione della Div. Garibaldi. I giovani non sono stati rilasciati, perché, a seguito delle dichiarazioni di Alfio Rossi, erano risultati sabotatori, mentre il capitano Meneghini fu, come responsabile della zona, richiesto di partecipare all’azione contro i partigiani del predetto battaglione. Portammo infatti quasi subito il capitano Meneghini e io, assieme a una trentina di tedeschi e russi. Vennero con noi due dell’U.P.I. in abito borghese, un certo Dacci ed un altro di cui non seppi il nome. Costoro portavano seco ammanettato certo Molon, detto Turchia, che, arrestato quel mattino, si prestò a fare da indicatore. Giunti a Galzignano ci portammo a casa Celadin. Fuori della casa stazionava una sentinella, che fu catturata. Entrammo in casa prima il Dacci, col civile e col maresciallo tedesco, quindi, agli spari io, il capitano Meneghini, il tenente tedesco ed altri militari tedeschi. Appena entrati, i primi tre intimarono “mani in alto”. Tutti ottemperarono, tranne il capitano Orlandini, il quale fece per estrarre l’arma, a quanto seppi poi dal Dacci o dall’altro, e fu raggiunto da una scarica di mitra, sparatagli a bruciapelo dal Dacci. IO vidi, pur stando fuori dalla casa, il Dacci sparare. Io non sparai affatto. Quando entrai, mentre i partigiani erano ancora con le mani in alto, venni incaricato dal capitano Meneghini di ritarare i documenti. Avevano appena cominciato, quando si sentì dal di fuori un colpo di pistola. Era il tenente tedesco che, nel frattempo uscito, aveva sparato a bruciapelo sulla sentinella, stendendola a terra. Il capitano Meneghini mi mandò a vedere che cosa avvenisse ed avendolo io ragguagliato circa le intenzioni che il tenente mi aveva comunicato a mezzo dell’interprete di passare per le armi tutti quanti, si recò a protestare presso il tenente, perché non poteva consentire a questa esecuzione sommaria. Avendo il capitano o meglio il tenente tedesco insistito, il capitano Meneghini ribadì che egli se ne sarebbe andato, riservandosi di far nota la cosa e di protestare a chi di dovere. Ci stavamo infatti avviando per un sentiero, quando il tenente tedesco diede ordine di ripiegare con tutti gli arrestati. I due borghesi dell’U.P.I. vennero via con loro. Sul posto furono lasciati, ritenuti morti, il capitano Orlandini e la sentinella, certo Muraro Vandino, detto Nembo, di S. Pietro Viminario Prima di venir via, i tedesco tirarono una bomba a mano nell’interno della casa. L’indomani mattina io, Rinaldi, Montin ed altri (non ricordo se ci fosse il Callegaro) con elementi di rinforzo delle bb.nn. di Monselice ed Este tornammo sul posto per recuperare le armi e i cadaveri. Non trovammo né le une, né gli altri. La casa era tutta sotto sopra. Le sorelle Celadin ci dissero che durante la notte erano venuti i partigiani e avevano portato via i cadaveri e le armi. Seppi in seguito che né il dott. Orlandini, né il Nembo erano morti. Il primo morì dopo qualche giorno non so dove e il secondo che doveva essere liberato in seguito all’azione di conciliazione che stavamo svolgendo, fu fucilato dal comando tedesco di Este, perché riconosciuto da certo Boriani come possessore di una sciarpa di sua proprietà, il che valse ad individuarlo come autore di un attentato alla sua persona. Soggiungo che il Nembo, durante la notte, nonostante fosse gravemente ferito, si recò ad avvertire il prof. Fabio Bellini, detto Giglio, commissario politico del battaglione e ad esso diede i connotati dell’individuo che aveva sparato e che non corrispondono alla mia persona. Ciò appunti (?) qui in carcere dal Bellini, che vi si trova ristretto. Allo stesso Bellini il Dacci avrebbe confessato di aver sparato sull’Orlandini. D.R. Non sussiste che al mattino del 31 ottobre io mi sia recato in casa Celadin per incendiarla. Mi vi recai invece per le ragioni che ho già detto. La casa fu bruciata la sera dai tedeschi e dalla seconda brigata nera mobile, come appresi dopo qualche giorno dal fatto. Interrogato circa l’arresto e la deportazione dei garibaldini di Monselice risponde: La sera del 6 ottobre 1944 si presentò in caserma un certo Zerbetto a riferire l’attività partigiana da parte di alcuni giovani di Monselice. Assunsi le sue dichiarazioni a verbale, che fu dal mio comandante capitano Meneghini trasmesso al comando provinciale di Padova. La sera del 17 ottobre pervenne al cap. Meneghini l’ordine di cattura dei giovani indicati dallo Zerbetto e ampia facoltà di procedere alle operazioni necessarie. Il primo ad essere ricercato fu l’Alfio Rossi, che però avendo avuto sentore della cosa, si era sottratto all’arresto con la fuga. IN casa di uno dei giovani, certo Barzan, fu trovata la lista dei componenti, i quali furono fatti arrestare. Nella stessa casa fu arrestato anche l’Alfio Rossi. I giovani furono portati in caserma e non furono neppure interrogati. Nello stesso giorno, poiché il vicefederale Cattani voleva dare un esempio clamoroso e fare una esecuzione sommaria a scopo di ammonimento, chiamammo telefonicamente il prefetto Menna, il quale, venuto a Monselice, dopo aver conferito coi giovani, prese impegno di avviarli al servizio militare. Non so invece per quale ragione, al pomeriggio vennero prelevati dalla S.D. di Padova con ordine scritto dello stesso prefetto Menna. Dei giovani una parte furono deportati in Germania, altri si fermarono a Bolzano e una parte fu rilasciata, nonostante le gravi accuse fatte dall’Alfio Rossi a loro carico, a nostra insaputa. Non mi consta il numero di quelli che sono stati deportati né so se alcuni non abbiano fatto ritorno. Il capitano e io ci adoperammo molto per farli rilasciare, riuscendovi in parte. Escludo che i giovani siano stati percossi da noi della guardia. IL Cattani e il Rossato quando vennero in caserma mentre avvenivano gli arresti ne schiaffeggiarono qualcuno. Escludo di aver bastonato, percosso, con pugni, col nervo di bue, colla noccioliera chicchessia. Escludo di aver mai adoperato la corrente elettrica per seviziare i partigiani e per estorcerne confessioni. Non feci che eseguire ordini di cattura pervenuti dal comando superiore in base a elementi precisi di colpevolezza. Non svolsi alcuna attività di mia iniziativa. Nego di aver bastonato il Miotto Vittorio, il Tognin Fortunato, Fortin Orlando, Bregolin Primo e gli altri che ciò denunciano. Ho dato solamente qualche schiaffo all’Alfio Rossi, che era un essere ignobile, perché, per scagionare se stesso, accusò i giovani garibaldini che avevano precedentemente operai ai suoi ordini. L.C.S.

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