Archivio di Stato di Padova, Corte d’Assise Straordinaria, b. 868, fasc. sentenza n. 448 su Marzon Bruno et al., fascicolo I, foglio 198 e sgg.

Alla Cancelleria della Corte d’Assise – Sezione Speciale di PADOVA per l’inoltre all’Ecc. Ma Corte di Cassazione Sezione Speciale ROMA I sottoscritti Avv. Arturo Lepore di Roma, Viale Mazzini 13 e avv. Giuseppe Pallaro di Padova, via del Santo N. 9/bis, a seguito del ricorso in cassazione proposto da

MAZZON BRUNO

Avverso la sentenza 15 gennaio 1947 dalla Corte d’Assise Sezione Speciale di Padova, della quale fu notificato il deposito in data 8 corr. Mese, che lo condannava per collaborazione grave ad anni 16 e mesi 8 di reclusione, presentano i seguenti MOTIVI

La sentenza impugnata deve riformarsi in base agli art. 473, 475 n. 3, 524 n. 1 e 539 n. 7 Cod. procedura penale per questi cinque mezzi

VIOLAZIONE DELL’ART. 51 ult. P. C.P. E 40 C.P.M.

Il Mazzon fu precettato dall’Esercito regolare e non si presentò una prima volta, finché nell’Agosto 1944 venne prelevato dal suo Ufficio, Cassa Mutua Malattie, ove era impiegato civile, costretto a prestar servizio nella G.N.R.; comandato alle dipendenze dei tedeschi. Egli quindi riteneva di far servizio per operazioni d’istituto dell’Arma e venne forzatamente a collaborare obbedendo ad ordini superiori, senza il di ritto di chiedere il motivo delle azioni impostegli e senza quindi essere libero di eseguire o non l’ordine a seconda che il motivo a lui apparisse giusto o meno. Il D.L. 24.12.943 (in Gazz. Uff. 5.6.1944 n. 131) istituì la Guardia Nazionale Repubblicana, con compiti di Polizia Interna e Militare, formata dall’Arma dei Carabinieri e da Corpi similiari di O.P.; e il D.L. 18.12.943 n. 921 stabilisce che la G.N.R. è una forza armata dello Stato, da non confondersi con le B.N. istituite col successivo Decreto 30.6.944 N. 446, con funzioni politico e ausiliari militari.

Ora è risaputo che fin dal settembre 1943, per iniziativa del Governo Legittimo d’Italia, erasi concordato fra l’Alto Commissario Alleato e quello Germanico, che gli Italiani appartenenti all’Esercito Italiano, perfino quelli comandati a prestar servizio coi tedeschi, dovessero considerarsi a tutti gli effetti belligeranti e quindi ritenersi prigionieri di guerra (tant’è vero che il fratello del Mazzon, di nome Vasco, brigadiere della G.N.R., è tuttora prigioniero in un campo di concentramento alleato) avendo la convenzione scopo di reciprocità di trattamento nei riguardi dei nostri connazionali militanti nelle file dell’Esercito alleato. La fine della guerra non toglie efficacia al concordato, evidentemente anche per il dovere della leale osservanza ai patti conclusi. L’accordo suaccennato non contenendo alcuna limitazione qualitativa posta per conseguenza che devono conseguenza che devono considerarsi protetti dallo stesso tutti gli appartenenti all’esercito o forze armate dello Stato anche sotto il territorio ancora invaso dai tedeschi, quindi anche la guardia nazionale repubblicana, la Mas e similari, ancorché impiegati, come furono, esclusivamente per funzioni interne di polizia. Non si dubita che la convenzione in parola sia vincolativa per noi ai sensi delle vigenti disposizioni di diritto internazionale.

Erano le leggi del tempo che facevano obbligo agli agenti dell’ordine pubblico, e quindi ai carabinieri prima e ai militi della G.N.R. poi, di arrestare i prigionieri inglesi, i renitenti alla leva o gli appartenenti a formazioni partigiane. Le Forze armate di Polizia per le leggi internazionali avevano come hanno il dovere di prestar la loro opera agli ordini dell’esercito occupante. Per amor di tesi affacciamo questo primo mezzo che renderebbe impunibile il Mazzon, non costituendo il suo operato, per la sua veste di agente della G.N.R. ovunque comandato, obbiettivamente il delitto di collaborazionismo e del pari non punibile per mancanza dell’elemento subiettivo del reato così pure il II° seguente, per quanto la difesa del Mazzon ripone la sua principale fiducia nell’inevitabile accoglimento dei successivi mezzi III° e IV°.

II°

ERRONEA APPLICAZIONE DELL’ART. 51 DEL C.P.M.G. ANZICHE’ L’ART. 58 s.c. AGLI EFFETTI DELLA PNEA

Invero l’art. 1 del D.L.L. 22.4.1945 N. 142 è innovativo rispetto al precedente art. 5 D.L.L: 27.7.944 N. 159 per cui, non ricorrendo nella fattispecie le ipotesi di cui ai N.ri 1 e 2 di detto art. 1 per chi fosse rivestito di altre cariche, bensì quella di cui al N. 5 capov. Ult.p., la collaborazione, negli altri casi, va punita in base all’art. 58 C.P.M.G., richiamato quo ad poenam e non per la figura sostanziale della collaborazione, restando così superata la differenza fra aiuto militare al nemico ed aiuto al nemico nei suoi disegni politici. Si tratta ora di decidere se quest’ultima disposizione, oltre a riguardare le ultime tre categorie di cui al N. 3, 4, e 5 di detto art. 1, ree soltanto di collaborazione presunta, non riguardi invece anche tutte le altre persone comprese nelle cinque categorie dell’elenco. In una rigorosa interpretazione letterale dell’articolo, poiché la disposizione ricordata fa parte del penultime capoverso dell’art. 1 in esame, che considera soltanto le categorie elencate, la questione dovrebbe risolversi in senso negativo. Ma […] a prescindere anche da ciò l’art. 51 non poteva essere applicato inquantoché il Mazzon avrebbe svolto una attività diretta obiettivamente e subiettivamente solo a favorire i disegni politici del tedesco invasore, non certo a dare ad esso una collaborazione militare, tanto più che egli non fu incolpato di alcuna persecuzione di prigionieri alleati, contrariamente alla gratuita enunciazione nella rubrica, che lo accomuna anche a ciò al Di Velo, da cui dipendeva ma col quale non ebbe mai ad eseguire operazioni del genere come è risultato in istruttoria e al dibattimento.

E se poi anche si volesse ritenere il collaborazionismo vada punito a sensi dell’art. 51 e 58 a seconda della maggiore o minore gravità dei fatti, si dovrebbe giungere ad analoga conclusione e ciò che applicabile nel caso concreto potrebbe essere solo l’art. 58 non mai il 51 e ciò anche per il grado infimo che nelle gerarchie statali o militari occupava il Mazzon […]

III°

IN OGNI CASO LA SENTENZA IMPUGNATA VIOLO’ L’ART. 3 DEL DECRETO PRESIDENZIALE D’AMNISTIA 22.6.946 N. 4

Il Mazzon infatti non commise il reato di collaborazione con sevizie particolarmente efferate. In due soli episodi gli si addebiterebbe che egli sia concorso a seviziare arrestati: quello in casa Cabrelle a Limena il 7 novembre 1944 e l’altro in persona di Simeoni Luigi a Galliera Veneta il 2 febbraio 1945.

Anche se vi avesse partecipato non ricorrerebbero gli elementi ostativi, di cui l’art. 3 del succitato decreto, che fosse applicata l’amnistia perché riteniamo che neppure sussistano nei confronti del coimputato Di Velo, la cui più elevata pena inferta denota che la Corte lo ritenne sistematicamente violento percuotitore, non raggiungendo la sue sevizie la gravità da doversi considerare particolarmente efferate, le quali Codesta Suprema Corte ha costantemente deciso dover consistere in atrocità tormentose e strazianti e così intense da essere state praticate con ripugnante crudeltà e con istrumenti di tortura e con animo ferino e da suscitare orrore al solo rievocarle.

E d’altra parte se la legge non avesse inteso di conseguire una larghissima applicazione dell’amnistia non avrebbe sentito il bisogno, citando le sevizie come causa di esclusione, di esigere che esse siano state “particolarmente efferate”.

Invero la nozione di sevizie (da saevus, crudele) implica e richiama già di per se stessa, nel suo significato lessicale, il concetto di efferatezza e di brutale malvagità, nonché di danno alla integrità fisica e alla salute delle vittime. Non vi sarebbe stata dunque necessità di aggiungere la restrizione della particolare efferatezza per escludere l’applicazione del beneficio se non in casi eccezionali.

Nel processo della banda Koch, celebratosi dinnanzi alla Sezione Speciale della Corte d’Assise di Milano, se si fosse adottato lo stesso criterio di interpretazione seguito dalla Corte di Padova nei confronti del Mazzon, non si sarebbe potuto far luogo all’applicazione dell’amnistia nei confronti di alcun imputato, mentre sta in fatto che furono amnistiati ben 42 membri della banda.

Gli orrori perpetrati nel segreto di Villa Trieste e prima nella pensione Jaccarino furono opera collettiva di tutta la banda. Ma se vi fu errore politico nell’emanazione dell’amnistia in termini lati, la Magistratura non può commettere quello giuridico di restringerli. Ed a tale proposito apertamente si esprime Achille Battaglia in “Rivista Penale” – fasc. 8.8.1946 a pagina 852.

Ma la rigorosa interpretazione si evince, circa il concetto sui casi di esclusione, leggendo anche a pag. 1103, 1104 e 1105 della Rivista Penale del fascicolo di Novembre 1946 le riportate più recenti sentenze dell’Ecc.ma Corte di Cassazione, Seconda Sezione Speciale, 30.8.1946, ricorso Serra; 20.9.1946, ricorso Vallini e Landi; 10.9.1946 ricorso Bricoli, mentre per converso a pagina 1102 al N. 407 venne riportata la sentenza 25.7.1946, Presidente Serena Monghini, ricorso Jortin, in cui si esclude che le sevizie abbiano avuto la particolare efferatezza che è di ostacolo all’amnistia, “delle percosse con un coltello sotto le unghie, alle mani e al viso” Ma per giunta il Mazzon non concorse in nessuno dei suddetti episodi o per lo meno non fu affatto provato che egli vi abbia neppure presenziato, come dimostreremo.

IV°

ERRONEAMENTE POI SI RITIENE PER LUI, QUALE ALTRA CAUSA OSTATIVA, IL FINE DI LUCRO NELLA COLLABORAZIONE E QUINDI LA SENTENZA IMPUGNATA ANCHE PER CIO’ HA VIOLATO L’ART. 3 DEL SUCCITATO DECRETO D’AMNISTIA.

Non può certo riconoscersi giuridicamente fondamento probatorio alle supposizione riferite da alcuni testi che il Mazzon volesse abitualmente lucrare con gli aiuti di sua collaborazione, e tanto meno che egli si fosse arruolato nella G.N.R. proprio con questo proposito, tanto più se si consideri che egli, cercando di favorire gli arrestati da altri, ostacolava le operazioni collaboratrici stesse anche se fosse stato compensato, in quanto egli tendeva a liberare i perseguitati, sebbene non sempre vi riusciva, cercando in ogni modo di favorire i congiunti dei medesimi.

Ed in appresso dimostreremo, coi dovuti richiami alle risultanze processuali, quale eccesso di interpretazione abbia dato la impugnata Sentenza alla dizione “fine di lucro”, e quale sforzo di motivazione abbia spiegato contraddicendo le risultanze stesse, svisandole in contrasto con la realtà dei fatti, che si fecero assurgere a prove quando la Corte non ebbe altra materia né modo di riferirsi a sospetti sulle intenzioni del Mazzon di procurarsi qualche lieve compenso, spontaneamente offertogli per i disturbi e sue prestazioni seppure non sempre fortunate, oltreché per le premurose informazioni da lui prodigate ai familiari di coloro che, da lui conosciuti, perché vicini alla propria famiglia sfollata, fossero stati non da lui arrestati.

V° DOVEVASI APPLICARE IL DECRETO DI AMNISTIA 22/6/946 N. 4 PEL REATO DI TTRUFFA (quantunque non si capisca in che cosa sia consistito raggiro o artificio), non potendosi considerare lo stesso connesso, a sensi dell’art. 45 N. 5 c.p.p., con quello di collaborazione anziché a se stante, non ostandovi perciò l’art. 3 del detto decreto (il N. 2 dell’art. 45 c.p.p. richiede infatti perché vi sia connessione di reati che gli uni siano stati commessi per eseguire o per occultare gli altri o per conseguirne il profitto, il prezzo del prodotto e l’impunità, e non questi non prefissi anteriormente); mentre l’amnistia stessa sarebbe applicabile anche se ritenuta connessa la truffa al delitto di collaborazione, una volta che siano, come dovranno essere, escluse per questo le cause ostative delle sevizie particolarmente efferate o che sia stato compiuto a scopo di lucro.

….

Enunciati così sommariamente i motivi a sostegno dei suesposti mezzi d’impugnazione, gioverà lumeggiare la causa anche con accenni ricostruttivi dei fatti, dai quali la Ecc.ma Suprema Corte potrà facilmente evincere le conseguenti ragioni di diritto per riconoscere fondata la nostra doglianza sul malgoverno della legge, apertamente violata dalla Corte d’Assise Speciale di Padova:

Il Mazzon non si arruolò volontariamente nella G.N.R. ma egli, che, dopo aver in gioventù fatto l’istruttore nella G.I.L. ai premilitari, da quattro anni trovavasi impiegato di ruolo alla Cassa Mutua Malattie di Padova, venne prelevato, mentre stava in ufficio, soltanto alla fine di Agosto 1944 da elementi della Muti e della S.S., in quanto egli non aveva obbedito a precedente precetto notificatogli, venendo incorporato nella G.N.R. e poi comandato a prestar servizio alle dipendenze del Comando tedesco, sempre rimanendo però in forza presso la Legione Provinciale della G.N.R. come gli ex carabinieri.

Ci riserviamo di produrre un certificato del suo Direttore d’allora, Dr. Failla, appena rintracciato, giacché avvenne in sua presenza l’atto di forza di cui sopra, cui egli pure fu in procinto di sottostare personalmente, sottraendosi a dura fatica, in quanto lo tenevano responsabile della renitenza del Mazzon, con espedienti di indispensabilità per ostacolare il proprio richiamo.

Il ricorrente ebbe la mala ventura di sentirsi addossare equivocamente fatti commessi dal fratello Vasco (che trovasi a disposizione del governo alleato in campo di concentramento), come lui appartenente alla G.N.R., col grado di brigadiere, negli stessi luoghi, e di essere conosciuti avendo in quei paraggi le loro famiglie sfollate a Cittadella: perciò ad essi si riversavano antipatie in luogo di responsabili altri militi sconosciuti ad essi stessi però ricorrevano ugualmente i congiunti dei perseguitati politici conoscendo la loro buona disposizione a favorirli, pavoneggiandosi, se si vuole, con una certa vanagloria, da influenti più di quanto potessero essere presso le autorità germaniche, ove erano comandati a prestar servizio, come succede nelle piccole ambizioni paesane.

Nulla mai chiese il Bruno Mazzon, come dovettero confermare tutti i testi d’accusa, rimanendo caduta nel ridicolo la denuncia del Simioni Virginio, il quale all’udienza finì col dichiarare che “una sola volta a casa sua egli si recò di persona a mangiare perché aveva fame”, reduce da Padova con lui in cerca del figlio catturato. Ciò dovette rettificare quando fu richiamato durante la deposizione manifestamente esagerata di sua moglie Lago Maria (v. verbale di dibattimento).

Soltanto duemila lire gli offerse spontaneamente, come tutti dovettero confermare, la moglie dello Zurlo, introno al quale si indugiò maggiormente l’istruttoria e l’indagine d’udienza.

Ma neppure all’arresto di costui (gli si fece colpa soltanto di assistervi dalla piazza insieme ai curiosi!) è concorso il Mazzon il quale effettivamente si prodigò, mostrando sinceramente di voler favorire le ricerche del luogo, ove poteva essere stato tradotto dal Di Velo, Segato ed altri, pur senza riuscirvi.

Forse la moglie sua, come quella del fratello Vasco, avrà accettato regali di cibarie – magari senza informarmelo – perché lo sollecitasse ad assecondare le preghiere dei congiunti, i quali, se a lui si rivolgevano per essere raccomandati, significa che lo consideravano il più proclive a favorirli.

Del resto i testi indotti a difesa confermarono fatti di particolare importanza incompatibili con le attribuitegli malvagità d’animo e dimostranti invece l’effettiva sua bontà e generosità quando gli si offriva la possibilità (V; verbale di dibattimento: Cucinato Pasquale depose che Mazzon salvò suo figlio da un rastrellamento sottraendolo alla cattura; Liviero Pietro depose che il Mazzon lo aiutò nel fargli recuperare il denaro che i tedeschi gli avevano portato via, facendo arrestare gli autori di quei soprusi; Liviero Luigi riferì che un giorno il Mazzon, incontrato un giovane di cui aveva riscontrato i documenti non in regola gli disse di tagliare la corda; Poggiana Mario riferì che, mentre un tedesco aveva puntato la rivoltella in direzione dello Ziero Mazzon gli si rivolse dicendogli di lasciarlo stare; Andretta Primo riferì esser vero che il Mazzon disarmò quattro militi facinorosi della X Mas).

Lo scopo di lucro, per cui siansi compiuti atti di collaborazione, non può certo riferirsi a futili episodi di qualche mancia accettata, o, se si vuole, di qualche postuma truffetta: l’art. 3 del Decreto d’amnistia evidentemente si riferisce a cui risulti provato essersi prefisso lo scopo di lucro con programma di arricchirsi attraverso i suoi successivi atti di collaborazione, e la lievità dei sue singoli casi surriferiti è dimostrata anche dalla pena complessiva, compresa quella per la truffa, applicata al Mazzon, pur essendoglisi addebitate due cause ostative al beneficio dell’amnistia, inferiore a quella inferta al coimputato Di Velo, cui ne gravava una soltanto.

In che cosa consisterebbe, secondo la Corte di Padova, il fine di lucro nella collaborazione per cui non sarebbe applicabile l’amnistia al Mazzon? Nell’attribuirgli la sentenza impugnata, nella sua motivazione, una attività truffaldina “pur senza farne espressa richiesta” pel suo interessamento presso i parenti di arrestati, senza comprovare che agli stessi arresti egli abbia partecipato, e tanto meno che siasi prefisso un tale scopo; e senza spiegare in che cosa consistessero i raggiri o artifici richiesti dall’art. 640 c.p., facendo richiamo soltanto alle deposizioni del Dr. Giorgio Giaretta, del Baggio Alberto, del fratello e dalla moglie dello Zurlo, sempre per l’unico episodio delle lire 2.000 spontaneamente offerte da quest’ultima perché si recasse con lei, come fece, a Padova e Vicenza in automobile, senza riuscire a rintracciarlo, e versategli a rifusione spese del carburante necessario pei viaggi!

Richiama poi l’espressione che l’imputato avrebbe fatto alla Brugnaro Rita, moglie del Tosato, la quale depose (v. fg. 312 dell’istruttoria: “Non precisò…capii (sic) – a mio parere – 30 mila lire”) che, per evitare la deportazione di suo marito, il Mazzon le accennò che bisognerebbe avere i mezzi di pagare, riferendosi egli evidentemente non per sé, conoscente di famiglia, ma al malcostume notorio presso gli stessi corruttibili comandi tedeschi, e nulla più.

Per le cibarie poi offerte dalla famiglia del rimpatriato dalla Germania (errato l’inciso: “Che più non tornò”) Simioni Aldo abbiamo già detto abbastanza; è la solita esagerazione della tirchieria contadinesca che rimpiange qualche chilo di farina regalato alla moglie sfollata nelle sue vicinanze, il cui marito si prodigò in consigli e ricerche con senso umano e premuroso.

La madre del Dr. Fabris, come riferisce la stessa motivazione della sentenza, depose: “Il Mazzon si comportò in modo da darmi d’intendere che lui poteva qualche cosa. Non fece mai esplicita richiesta di danaro, ma implicitamente il suo contegno faceva comprendere che ne ricercava”.

E perché non poteva aver spiegato un interessamento a puro titolo di gentilezza, data la sua conoscenza col figlio, all’arresto del quale, come dei predetti, egli non concorse affatto, arresto appreso a Cittadella ove egli aveva la famiglia sfollata e che poteva desiderare fosse benevista ad una commerciante ragguardevole, frequentando il suo negozio con istintiva premura di venire in discorso del figlio che apprese dai suoi essere stato catturato?

Tutto qui! Eppure anche se si volesse addossargli qualche truffetta, che non ha commesso, non potendosi seriamente dar valore a mormorii e sospetti sulle sue intenzioni, valga per tutte citare la massima adottata in proposito da codesta Suprema Corte con la sua sentenza 27.8.946, Presidente De Ficchy, ricor. Giua, che annullò per amnistia la sentenza Corte d’Assise Alessandria, così riportata in Rivista Penale – fasc. Novembre 1946 – a pagg. 2091, 1092: “Amnistia fine di lucro, fine di lucro nel reato commesso, applicabilità (del D.P. 22.6.1946 N. 4, non ostandovi l’art. 3) v. lettera B: “L’esclusione dell’amnistia per il fine di lucro prevista per i reati di collaborazionismo non opera quando il fine di lucro concerne solo il reato connesso (!). Così motiva la sentenza: “Similmente rientra nell’amnistia il secondo delitto comunque voglia definirsi: truffa, concussione od estorsione. Invero secondo la giurisprudenza di questo Supremo Collegio, l’ultima delle cause ostative di cui all’art. 3 si riferisce ai “delitti” di collaborazionismo menzionati nella prima parte dell’articolo stesso, non pure ai “reati” connessi. A tale interpretazione induce, oltre che la dizione della legge, la quale, in contrapposto alla terminologia adoperata per i “reati connessi”, ripete il termine “delitto” già adoperato in principio nell’indicare il soggetto della proposizione in esame (indicazione che, diversamente, sarebbe stata superflua), anche e soprattutto, lo spirito di essa, apparendo manifesta la intenzione del legislatore di allargare, senza riguardo al fine specifico dei reati comuni teleologicamente od occasionalmente connessi coi delitti di collaborazionismo (art. 45 n. 2 c.p.p.), i limiti dell’amnistia largita con l’art. 1 in considerazione appunto del movente politico che, animando l’azione principale del colpevole, non può non spiegare influenza altresì sulla secondaria attività delinquenziale comune, la quale perde così la pericolosità, che presumibilmente cessa col tacere della passione politica”.

Per ciò che si riferisce agli arresti, che pure il Mazzon sarebbe concorso a commettere insieme al Di Velo, genericamente rubricati anche nei suoi confronti – come le requisizioni da lui mai commesse affatto – la sentenza della Corte Assise di Padova si astiene dal farne alcun nome , all’infuori di quelli avvenuti in casa Cabrelle a Limena, accomunando erroneamente il Mazzon al Di Velo fra gli stessi e richiamando la deposizione del solo teste ivi presente, Molinari p.c., asserendo che sarebbe stato anche da lui percosso, mentre lo stesso Molinari escluse il Mazzon, come diremo in prosieguo, avendo il teste precisato in sua vece che fu Segato (prosciolto dalla Sez. Istruttoria!) insieme al Di Velo e i 2 tedeschi, formanti gli unici quattro che si trovavano in casa Cabrelle, ove vennero arrestati e percossi. Nemmeno infondata del fine di lucro è, pel Mazzon, l’altra causa ostativa che egli abbia commesso sevizie particolarmente efferate.

Anche qui due soli episodi lo riguardano: quello predetto in casa Cabrelle a Limena e quello del Simeoni Luigi a Galliera Veneta.

La motivazione della sentenza ha dovuto far ricorso alla fantasia, svisando le risultanze di causa, per giustificare il dispositivo, mentre gli stessi rappresentanti delle parti civili furono perplessi fino all’ultimo momento per non prendere conclusioni nei confronti del Mazzon, verso il quale nella discussione i patrioti si astennero dal pronunciare parole di deplorazione qualsiasi, data l’incertezza per lo meno della sua partecipazione anche parziale a fatti che lo potessero rendere indegno dell’amnistia. Lo stesso pubblico – pur rumoreggiante nell’aula d’udienza, si attendeva che al Mazzon venisse applicata l’amnistia, mentre la Corte rimase a lungo ritirata in Camera di Consiglio, manifestando meraviglia alla pronuncia della sua condanna, seppure inferiore a quella del Di Velo, contro cui si erano lanciati tutti gli strali. La stessa imputazione separatamente contestata all’udienza al Mazzon, di lesioni, seppure assorbite nel reato di collaborazione, non fu comprovata e tanto meno sevizia qualsiasi anziché particolarmente efferata.

In casa Cabrelle egli non entrò affatto: lo attestò in modo preciso l’unico teste attendibile, il capo partigiano MOLINARI ARONNE, del quale all’udienza fu raccolta male la deposizione quando disse: “Non posso dire che vi fosse anche il Mazzon”. Infatti a foglio 99 aveva, in epoca più vicina al fatto, dichiarato quanto confermò a fg. 342 dell’istruttoria. Nella sua denuncia in data 18.6.45 scrisse di suo pugno: “La squadra era composta di 4 elementi: due fascisti, Di Velo e Segato, da me conosciuti e due tedeschi”. “Il nostro arresto avvenne per opera di due tedeschi e di Di Velo e Segato; tutti e cinque (Cabrelle, Tombola, Gajola, Tonello e lui) fummo percossi, specie il Cabrelle Gino, cui fu spezzato il braccio”.

E allora cosa c’entra il Mazzon? Forse che egli, da lontano, può dirsi che abbia concorso alle sevizie? Proprio il fratello di Cabrelle, di nome Rino, depose all’udienza che in quella occasione vide il Mazzon fermatosi in casa di Mazzaro Silvio (vedi verbale di dibattimento).

La madre del Cabrelle, Mazzaro Giubila, che pure precisa il numero di quattro, evidentemente equivocò, avendo visto in casa di suo fratello il Mazzon (escluso anche dal Di Velo, interpellato durante la deposizione della teste – v. verb. Dibattimento) che assomiglia al Segato, il quale – ironia della sorte – fu prosciolto con la sentenza della Sezione Istruttoria, come lo Zanella, che fu quegli che somministrò il sale all’altro seviziato Simioni Luigi (v. sua depes. Al P.M. a fg. 52 Vol.II) e per ciò a pag. 243, la sua denuncia contro lo Zanella e non Mazzon.

E ciò gioverà in proposito leggere a fg. 48 dell’istruttoria ciò che disse lo stesso Zanella Silvio nel suo interrogatorio reso al P.M. Avv. Consigli: “IL 2.2.45 mi trovavo in caserma a Galliera Veneta con gli altri militi della G.N.R. ecc… Era presente anche Mazzon Vasco. Non ho visto Mazzon Bruno (!), anzi preciso che lo stesso si trovava in ufficio a pianterreno. Non ho visto che sia entrato nel locale ove si interrogava il Simioni.

Questi, non avendo più dinanzi il sergente Smitti, che col Cattani lo tormentò, si sfogò ormai col giudicabile, che fino al giorno dell’udienza accusò che l’avrebbe soltanto bastonato.

Né vale in proposito l’accenno del Walter Farina (non sarebbe prova nemmeno la pretesa confessione, dal momento che è previsto dalla legge anche il reato di autocalunnia), che a foglio 274 del processo sentì il bisogno di dire: “Non so se lo dicesse per vanteria” quando invece il Mazzon narrava dei sistemi visti usare da altri a Galliera Veneta. Ciò abbiamo voluto chiarire con richiami precisi, in contrasto con la motivazione della sentenza, dovendosi escludere che egli abbia partecipato alle lamentate sevizie, seppure non tali da essere particolarmente efferate, giacché, anche lo fossero state, da lui non furono assolutamente commesse.

Si era tentato di coinvolgere il Mazzon nell’episodio Di Velo – Desiderato Nello, ma il teste Marcato Ugo, richiamato dopo la deposizione del Desiderato stesso, a D.R.: “Io non ho mai visto il Mazzon Bruno durante la mia detenzione”, quando appunto osservò nella cella vicina il predetto sanguinante.

Ogni altro addebito a sua carico non poté reggersi, cadute come sono le intrecciatesi vaghe accuse elidentesi attraverso le varie deposizioni degli stessi numerosi testi d’accusa, che ben poco precisarono, prevalendo supposizioni e gratuite induzioni. Anche su ciò che rimaneva per sostenere l’addebito del fine di lucro svanirono i principali altri sospetti, come quello della Comino Gabriella, la quale non riferì che sue impressioni e a D.R.: “Il Mazzon non fece accenno a somme di denaro” e quello del cucciolo fu smentito all’udienza del teste Ferronato Luigi (v. verb. Di dibattimento) il quale non poté a meno di rettificare la sua deposizione resa a fg. 314.

Si era osato perfino attribuire al patriota Padre Don Nicolini l’accusa che il Mazzon volesse ucciderlo: Non avendo potuto intervenire all’udienza fra i testi a difesa venne prodotto in udienza un suo manoscritto in cui confida nel riconoscimento della sua innocenza! Venne poi confermato il richiamo militare del Mazzon nella G.N.R. solo nel Novembre 1944 comandato presso la Sonderstap 6 a Borgoricco, dalla dichiarazione del Calafati raccolta sia pure in Carcere.

Tutto si può ben dire che sia sfumato nei confronti del Mazzon, che sarebbe stato prosciolto in istruttoria come gli altri maggiormente responsabili se non avesse avuto a suo carico le gravi imputazioni di tentato omicidio e di estorsioni, dalle quali la corte ha dovuto completamente assolverlo.

Vistosi sgonfiato il processo dalle risultanze processuali è comprensibile lo sforzo dei denuncianti – la cui esasperazione contro i nazifascisti in genere è più che giustificabile – di voler aggravare la posizione dei due soli giudicabili rimasti (si è assistito sovente anche all’umana ambizione di compensare le proprie sofferenze subite ingrossandone i particolari per farsi maggiormente commiserare), e altro motivo di confusione fu quello che la sorte del Mazzon venisse decisa unitamente a quella del Di Velo, senza che alcuno abbia mai osato attribuire al primo temperamento violento e brutale. Per tutto quanto sopra si confida che il corso di Mazzon Bruno – incensurato, gravemente ammalato, con moglie e figli a carico – verrà pienamente accolto, annullandosi la sentenza dalla Corte Suprema, anche senza rinvio, applicando a suo favore, quando non creda accogliersi il primo o secondo mezzo dei suesposti motivi, il beneficio dell’amnistia, non reggendo nella fattispecie le cause ostative di cui all’art. 3 del Decreto Presidenziale 22.6.1946 N 4, come si è, forse con soverchia ampiezza, ma per scrupolo difensivo, dimostrato con i riferimenti e gli argomenti svolti a sostegno dei mezzi III°, IV°, V° dei presenti motivi.

Con fiduciosa osservanza.

Padova – Roma, 17 febbraio 1947, dev.mi Avv. Arturo Lepore Avv. Giuseppe Pallaro

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