Archivio di Stato di Padova, Corte d’Assise Straordinaria, b. 866, fasc. sentenza n. 445 su Cursio Raffaele e Callegaro Primo, foglio 202 e seguenti

INTERROGATROIO DELL’IMPUTATO

L’anno 1946 e questo dì ventisei del mese di luglio in Padova Avanti di Noi Dott. Avv. Dino Segni Pubblico Ministero presso la Corte Straordinaria d’Assise di Padova assistiti dal Segretario sottoscritto; E’ comparso l’imputato sottoindicato il quale viene da Noi invitato a dichiarare le proprie generalità ammonendolo delle conseguenze cui si espone chi si rifiuta di darle o le dà false. L’imputato risponde: Sono e mi chiamo Cursio Raffaele, già generalizzato. Interrogato circa l’uccisione di Santi Pietro, risponde: Presso il distaccamento della g.n.r. di Monselice si trovavano diversi mandati di cattura inevasi a carico del Santi per reati contro la proprietà. Alcuni di essi risalivano a data anteriore all’8 settembre. La notte del 22 dicembre 1944 il capitano Meneghini venne a casa ad ordinarmi di fare all’alba dell’indomani un appostamento al capitello di S. Elena per catturare il Santi. Presi con me una trentina di uomini e disposi il servizio disponendoli a semicerchio. Verso le sette del mattino il Santi comparve in bicicletta. Diedi l’alto là, ma quegli, anziché fermarsi, aperse il fuoco. Risposi con una raffica di mitra, che non so se l’abbia colpito. Certo si è che egli prese a fuggire lungo un viottolo che porta a una casa colonica, entrando nel raggio d’azione di Montin, che sparò anch’esso. Il Santi continuò a fuggire sparando, dopo aver lasciato la bicicletta, nella quale rinvenimmo una sporta con due pistole e diverse bombe a mano. Cinquanta o sessanta metri dopo la casa è stato abbattuto da una raffica sparata da un fucile mitragliatore. Quando io mi avvicinai, non dava più segno di vita. Non è vero quindi che io gli abbia intimato di farsi il segno della croce e che lo abbia finito a bruciapelo, dopo averlo segnato io stesso. Avrei avuto interesse, se mai, a catturarlo vivo per avere notizie suoi suoi complici e recuperare la refurtiva. Interrogato circa l’omicidio del Carta, del Meneghetti e del Magarotto dichiara: anche costoro erano dei rapinatori. Un mattino dell’ottobre 1944, salvo errore, mi recai con gli uomini disponibili della compagnia, comandati dal capitano Meneghini, nella zona di Monselice dove avevamo avuto notizia che dovevano trovarsi i predetti, che erano colpiti, come il Santi, da diversi mandati di cattura. Giunti sul posto accerchiammo la casa e li catturammo, trovando il compendio di una rapina, consumata nella notte. Mentre io facevo la perquisizione, sentii sparare. Mi affacciai al balcone e dal capitano che era abbasso appresi che avevano ucciso il Carta. Seppi in seguito che aveva tentato di fuggire. Portammo a Monselice il Meneghetti e il Magarotto, nonché la moglie del Carta e la mamma del Furlan, complice dei predetti, che era riuscito a scappare. Portammo anche a Monselice, con un autocarro che fece due o tre viaggi, la refurtiva recuperata. A Monselice informammo il distaccamento di Este dell’arresto degli autori confessi delle rapine avvenute in quei giorni nella zona deserto di Este. Vennero infatti i derubati che riconobbero gli autori delle anzidette rapine e riebbero la roba di loro proprietà. Vennero pure i tedeschi che pretesero il Meneghetti e il Magarotto per effettuare ulteriori riconoscimenti. Seppi in seguito dal capitano Meneghini che gli anzidetti tentarono la fuga e furono spacciate dai tedeschi. Non mi constano altri particolari, perché la g.n.r. non partecipò all’operazione. La refurtiva fu restituita ai proprietari che poterono comprovare di essere tali: quella che non fu reclamata fu distribuita, su ordine del prefetto, ai poveri e agli sfollati. L’oro non reclamato fu depositato al comando provinciale della g.n.r. e mi risulta che il col. Bernardi l’ha versato, non so a chi, all’atto della liberazione. La Bortolotto Amelia e la Marigo Ermenegilda furono denunciate e tradotte ai Paolotti. Furono sottoposte a giudizio e, credo, condannate. Escludo che siano state maltrattate e bastonate. D.R. E’ vero che, in seguito ad ordine del cap. Meneghini, io e il Rinaldi abbiamo arrestato la dott. Spagna, perché svolgeva attività clandestina. Non fu maltrattata ma anzi avemmo per lui ogni riguardo. Escludo che Rinaldi le abbia dato un pugno. D.R. la roba asportata in casa Girotto era di proprietà dei magazzini della marina, ai quali era stata sottratta. Infatti fu quella l’unica casa ove venne asportato alcunché. D.R. Anche Capuzzo Guglielmo era colpito da un mandato di cattura, spiccato da Firenze. Una pattuglia della seconda compagnia si recò per eseguire l’ordine, durante la notte. Strada facendo i militi si incontrarono con uno sconosciuto, al quale intimarono l’alto là. Proprio in quel momento si sentì un colpo d’arma da fuoco. I militi attribuendolo allo sconosciuto risposero ferendolo. Io non presi parte all’operazione, ma anzi mi interessai per farlo rilasciare. Il padre del Capuzzo può dire quanto io abbia fatto per lui. D.R. Escludo di aver fermato Piva Angelo per il motivo da lui dichiarato. Non mi sono mai interessato del servizio di sorveglianza alla linea ferroviaria, che era di spettanza del Comune. Escludo di aver partecipato a un rastrellamento avvenuto, secondo quanto mi si contesta, il 2.6.1944 a Ca’ Oddo e di aver arrestato i fratelli Tognin. L.C.S. Raffaele Cursio

L’anno 1946, il giorno 8 del mese di agosto, in Padova – Avanti di Noi avv. Dino Segni, assistiti dal Segretario sottoscritto è comparso Cursio Raffaele, già generalizzato il quale risponde: Non sussiste che io abbia partecipato ad esecuzioni capitali a Casa Scodosia o a Stanghella. Non mi sono mai occupato di quella zona. Io 27 marzo 1945, salvo errore, presi il comando del distaccamento di Piacenza d’Adige, che tenni fino al 15 aprile. In quel periodo non successe nulla, nemmeno un semplice arresto. D.R. Il Bregolin Primo, se non equivoco nel nome, fu da me arrestato, per furto con scasso di diverse biciclette avvenuto in un bar di Pozzonovo, e associato alle carceri mandamentali di Monsleice. Nulla mi ricordo circa l’arresto di Forlin Orlando. Il Forlin non doveva essere un partigiano, perché mi ricorderei il suo nome. Escludo che egli sia stato da me o da altri in caserma bastonato. E’ vero che, su ordine di Padova, fu arrestata la Scarparo Fedora, la quel non fu trattata male e anzi fu da me messa in libertà. A D.R. La motocicletta del Trevisan fu requisita dal capitano Meneghini, il quale successivamente si fece rilasciare dall’interessato dichiarazione con la quale questi concedeva alla g.n.r. l’uso gratuito della motocicletta. D.R. La denuncia di Zerbetto Sergio è assolutamente infondata, perché l’operazione che questo lamenta fu interamente svolta da militari tedeschi, senza ausilio di truppe italiane. Il fatto mi venne riferito il giorno dopo da un bovaio, che era venuto in caserma a lamentare l’asportazione di due buoi. Lo stesso Zerbetto al bovaio aveva detto: io sono il proprietario della casa, di cui si vedono le fiamme e che è stata incendiata dai tedeschi. Dopo una ventina di giorni lo Zerbetto fu arrestato e trovato armato. Non fu passato per le armi. Il capitano Meneghini anzi lo passò ad Este, donde dopo qualche giorno fu rialsciato. D.R. E’ vero che nel gennaio 1945 furono arrestati Schiavo Ettore, Sattin Rino e Pegoraro Primo, perché colpiti da mandato di cattura speciale come renitenti alla leva. Non ricordo se l’arresto sia stato da me eseguito. Il Pegoraro Primo, per intercessione di Zerbetto, ottenne di arruolarsi nella b.n. dalla quale fu, dopo pochi giorni, arrestato perché dedito a furti notturni con la banda Girotto. D.R. Temporin Armando era un sottufficiale della S.S. tedesca. Venuto a casa in licenza, si arruolò nella b.n. donde si diede alla macchia, perché ricercato dalle stesse S.S. Fu da noi arrestato, perché aveva partecipato a rapine con Santi Pietro e non perché disertore dell’esercito repubblicano. D.R. Sturaro Giuseppe fu arrestato dal capitano Meneghini su indicazione di Alfio Rossi, che denunciò anche il luogo ove si sarebbero potuti trovare armi e denari del movimento clandestino. La somma ritrovata fu inviata al Prefetto di Padova. Letto, confermato e sottoscritto. Cursio Raffaele

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